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La spiritualità dell’affido (3). Basta un sì per non essere mai soli

È questa la reale meraviglia dell’affido: una chiamata, un sì sereno che fa affrontare ciò che agli occhi degli uomini appare folle: farsi carico del figlio di altri!

Isaia, 49,15: “Si dimentica forse una donna del suo bambino. Così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”.

In questo brano del Libro di Isaia è il Signore che parla, tramite il profeta, a tutti noi. In queste poche parole c’è tutta la certezza e tutta la serenità con la quale dovremmo affrontare qualsiasi situazione, nella gioia e nella difficoltà. La serenità che allontana ansie e che permette di affrontare anche ciò che umanamente sembra folle.

Isaia ci ricorda che Dio non abbandona mai i suoi figli. Possiamo quindi anche pensare che se una madre dovesse abbandonare suo figlio e non commuoversi più per lui, Dio è pronto a chiamare un’ altra mamma a prendersi cura di quel bambino, perché non sia mai solo e non si senta mai abbandonato. È questa la reale meraviglia dell’affido: una chiamata, un sì sereno che fa affrontare ciò che agli occhi degli uomini appare folle: farsi carico del figlio di altri!

Dio rimane sempre fedele alla sua creatura, qualsiasi cosa succeda. Questa è la nostra certezza come cristiani. È un punto fermo ed è motivo di speranza anche di fronte alle situazioni più difficili: non siamo mai soli. Non rimarrà mai solo un bambino e non saranno mai soli quegli adulti che, anche se in diverse modalità, accoglieranno quel piccolo come risposta ad una chiamata. Non rimarranno mai soli se lo accoglieranno nel Suo nome.

Dio non ci lascia soli

Ciò vale per una qualsiasi famiglia affidataria, chiamata a realizzare il progetto di accoglienza di un bambino: se Dio non lascerà il bambino, Lui stesso non lascerà solo neanche chi si occupa di lui per Lui. Perché in quel lui, c’è Lui.

Ciò nonostante, le prove a cui si sente sottoposta talvolta la famiglia affidataria sono spesso molto pesanti. A volte quell’Amore è una croce da portare, un dolce giogo se qualcuno lo porta con noi. Spesso le famiglie affidatarie dicono di sentire l’Amore di Dio che si è riversato in abbondanza sulla loro famiglia e che si è manifestato in modo ancor più evidente attraverso quel bimbo in difficoltà. L’obbiettivo dell’accoglienza per una famiglia affidataria è allora quello di far sentire al bambino affidatole di essere stato prima di tutto amato da Dio, nonostante il dolore vissuto, anche attraverso l’accoglienza affidataria. Se capirà questo non si sentirà mai più solo. La certezza del “mai più solo” nasce da due sì: quello della famiglia affidataria e quello del bambino affidato.

Ma Dio chiama tutti a questo compito, sia che siamo genitori biologici o adottivi o affidatari o nulla di tutto ciò. Una responsabilità che non abbiamo solo nei confronti dei nostri figli.

La fecondità dell’accoglienza

È questa una chiamata ad una fecondità che non si esaurisce nel generare figli nella carne o rigenerare tramite l’accoglienza. Ma che si realizza nell’accogliere quanti possiamo rigenerare nella speranza certa di salvezza.

Alla base di questo c’è sempre un sì alla chiamata di Dio, che ci chiede di essere suo tramite nell’annunciare a chi è o si sente abbandonato la salvezza dalla perdita del Padre.

Un semplice ma difficile sì, per non essere mai soli e per non far essere mai soli altri.

L’affido familiare. Un modo per realizzare il progetto di Dio

L’affido familiare può essere un modo di realizzare il progetto di Dio su ogni coppia di sposi che, anche se spesso ce ne se dimentica, nel rito del matrimonio cristiano dichiara di voler accogliere i figli che il Signore vorrà donarle, senza specificare alcunché circa la modalità di questo dono del Signore!

Nelle sue diverse forme, si presenta, potremmo dire paradossalmente, come un modo, per superare la sterilità che si origina non tanto nel corpo dello sposo o della sposa, ma nei loro cuori e nelle loro menti, allorché si concretizza in pensieri tipo “non posso perché ho già tanti problemi”, oppure “il mio sacrificio sarebbe una goccia nel mare e non servirebbe a niente”, oppure “in fondo non è mia la responsabilità di questo abbandono”.

In questa apertura di pensiero e di cuore, possiamo riconoscere un ulteriore dono divino: la sterilità che ci induce a proteggere ad oltranza tutto ciò che abbiamo faticosamente costruito, la nostra bella famiglia, la nostra bella casa, il nostro bel lavoro, diventa fecondità nell’accogliere l’ulteriore dono che il Signore ci dà inaspettatamente e contro ogni buon senso comune, dandoci un mandato: mantenere viva la speranza della salvezza, mantenendo viva la speranza di essere nuovamente figlio in chi rischia di non poterci più credere.

(Approfondimento n.3) (Per leggere la puntata n.2 QUI)

 Cristina Riccardi e Paolo Pellini

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