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Questioni antropologiche e teologiche sull’esperienza adottiva: così l’adozione “entra” nella teologia

Il corso del prof. don Maurizio Chiodi è annunciato nel primo semestre del programma del prossimo anno accademico 2020-2021, proposto dal Pontificio Istituto Teologico “Giovanni Paolo II” per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia di Roma.

Il corso “Questioni antropologiche e teologiche sull’esperienza adottiva” che raccoglie questioni e prospettive di approfondimento e studio esplorate grazie alla profonda esperienza condivisa da don Maurizio Chiodi con le famiglie adottive e affidatarie dell’Associazione La Pietra Scartata, di cui ha ispirato e promosso la costituzione ed è stato consigliere spirituale per molti anni, consente di sviluppare una riflessione organica sull’esperienza dell’adozione.

Partendo dal convincimento che un figlio adottato è (stato) un figlio abbandonato, verranno indagate le peculiarità̀ che caratterizzano questa forma di esperienza filiale, paterna e materna: il dramma dell’abbandono, la coppia che accoglie e che adotta, le differenze culturali, la “grazia” nascosta nell’accoglienza di un figlio abbandonato. Particolare attenzione verrà̀ riservata alla relazione di circolarità̀ asimmetrica tra il profilo universale dell’esperienza antropologica e quello credente e spirituale, legato alla forma singolare della fede cristologica.

Il prof. Chiodi Maurizio Chiodi ha così illustrato sulle pagine di Avvenire la struttura e il senso del percorso proposto:

L’adozione è un’esperienza difficile e affascinante. Oggi, purtroppo anche in Italia, sono sempre meno le famiglie che fanno la scelta di accettare questa sfida. Indubbiamente le condizioni generali della famiglia nell’epoca post-moderna non favoriscono questa forma di paternità e di maternità. Infatti, la crisi della scelta adottiva è legata a trasformazioni epocali che riguardano le difficoltà della famiglia come istituzione, la fragilità delle relazioni tra coniugi, la profonda trasformazione del desiderio del figlio, che tende sempre più a divenire il figlio del desiderio e a esser preteso come un diritto.

Più in specifico, poi, dal punto di vista sociale e politico, basterebbe ricordare come in Italia, la facilità dell’accesso alle tecnologie procreative, che sono peraltro interamente a carico del servizio sanitario nazionale, si associ ai costi dell’Adozione Internazionale, che invece, tranne un contributo statale corrisposto peraltro dopo anni, sono interamente a carico della famiglia e alle lentezze in parte comprensibili delle procedure adottive.

Il corso tuttavia non entrerà nel dettaglio delle molte questioni sociologiche. Esso si propone, piuttosto, di indagare sulle straordinarie esperienze umane e cristiane, antropologiche e teologiche, che sono implicate nella scelta adottiva: l’abbandono, l’accoglienza, le relazioni complesse, la fede in un futuro che può andare oltre le ferite, senza occultarle né pretendere di cancellarle.

Il dramma dell’abbandono

Anzitutto, occorre ricordare che, prima dell’adozione, c’è sempre un abbandono. Anzi, molte volte c’è l’abbandono, ma non c’è l’adozione.

Un primo momento di approfondimento, nel corso, sarà dedicato al “dramma dell’abbandono”, vissuto non solo da parte di chi è stato abbandonato, ma anche da parte di chi abbandona – quest’ultimo più difficile ancora da indagare rispetto al primo -. In effetti, dietro l’abbandono di chi ha generato, non sempre ci sono motivi deprecabili o ambigui. A volte, dietro l’abbandono si nasconde un “atto di dono”, perché del figlio generato non ci si può prendere cura, perché ne mancano le condizioni. Per quanto riguarda l’altro versante dell’abbandono, quello patito o subito, si scopre facilmente che proprio per il suo volto chiaro/scuro, l’abbandono è il ‘luogo’ in cui nasce l’attesa di una liberazione e l’invocazione di una speranza. Questo, però, si realizza solo se e quando qualcun altro trasforma l’abbandono in occasione di accoglienza paterna e materna.

Un altro tema decisivo, nella vicenda drammatica di chi subisce l’abbandono, è il difficile processo del perdono; vogliamo indagare le «straordinarie esperienze umane e cristiane, antropologiche e teologiche che sono implicate nella scelta adottiva». L’adozione e la fede tra abbandono e perdono all’interno delle relazioni che coinvolgono tutti i protagonisti: la madre e il padre che hanno abbandonato, il figlio abbandonato, i genitori adottivi che accolgono come proprio figlio un bimbo che “non era più figlio”.

L’atto di accoglienza della famiglia

Il nucleo più articolato e impegnativo del corso si concentrerà proprio sull’atto di accoglienza della famiglia che, nell’adozione, risponde all’abbandono. Il significato di tale scelta può essere compreso solo se ricordiamo che l’esperienza umana è sempre un’esperienza filiale e, rispettivamente, paterna e materna. È in questo orizzonte che si può comprendere l’adozione: non si comprende nulla di essa se non ci si chiede che cosa vuol dire ‘avere’ e “ricevere”! un figlio.

Considerando l’esperienza concreta delle coppie che adottano, pur nella loro estrema varietà, metteremo in evidenza una ‘struttura’ di fondo che appare comune a tutte: all’inizio c’è la bellezza e l’incanto dell’amore iniziale, poi a volte c’è la scoperta sofferta della sterilità, il passaggio attraverso le procedure dei diversi servizi sociali, amministrativi, giudiziari, e infine si giunge al momento indimenticabile dell’incontro con il figlio adottato. Qui si dà un nuovo inizio: è l’accoglienza adottiva nella quale prende corpo un amore incondizionato, una specifica esperienza di maternità e paternità, una reciprocità tra genitori e figli che passa attraverso le parole, i vuoti e i silenzi nei quali i figli ricordano il tempo prima dell’adozione; sono i rapporti tra fratelli nella nuova famiglia, l’ingresso spesso difficile nel mondo sociale ‘oltre’ la famiglia, le differenze tra l’affido e l’adozione, e infine la luce con cui la fede cristiana istruisce sul legame adottivo.

L’Adozione Internazionale

In questo contesto, particolare attenzione va riservata all’Adozione Internazionale, nella quale nascono una serie di ulteriori sfide: le differenze culturali, il ruolo educativo decisivo della famiglia, intesa come luogo di ‘formazione’ per la nuova identità culturale e personale del figlio adottato.

A conclusione del percorso che approfondisce l’esperienza umana dell’adozione, ci accosteremo ad un’espressione paradossale, riferita ad un tipo particolare, seppure di gran lunga maggioritario, di accoglienza adottiva, che è quella delle coppie sterili. Pur riconoscendo che la sterilità è un’esperienza difficile, raccoglieremo la sfida di mostrare che proprio in essa si nasconde e si rivela la potenza e la grazia del dono di un figlio. Così, la “prova” della sterilità può diventare occasione propizia e sorprendente per una nuova forma di fecondità.

In una prospettiva espressamente cristiana, ma ricca di significato per l’esperienza di tutti, anche di chi credente non è, ci si soffermerà su due figure bibliche particolarmente stimolanti per comprendere l’esperienza adottiva universale: Maria e Giuseppe. Infatti, la fede di Maria, intesa come l’atto della libertà che si affida senza condizioni alla Parola di Dio, per accogliere un figlio che è suo ma non è suo, appare come una sorta di paradigma esemplare per la “fede” necessaria ai genitori che accolgono. Reciprocamente, la figura di Giuseppe ci permetterà di mostrare le opportunità e i rischi della paternità adottiva nella cultura moderna occidentale.

In un ultimo passaggio, si vedrà come l’esperienza filiale trova il suo compimento proprio nella vicenda di Gesù, che diventa un luogo teologico decisivo per comprendere che cosa è in gioco, ultimamente, nell’accoglienza adottiva. Nell’essere abbandonato e nell’abbandonarsi di Gesù sulla croce, ritroviamo il paradigma fondamentale per interpretare l’esperienza adottiva, anche dal punto di vista antropologico: infatti nell’abbandono patito sulla croce, la fede del Figlio di Dio che è anch’egli Figlio dell’uomo risplende nella sua pienezza, proprio perché è ‘provata’, e così essa appare nella sua verità, che è da sempre, in quanto è la fede del Figlio.

Al termine, verrà presentata la proposta di un “rito liturgico” di benedizione dell’adozione che, in forma sperimentale, è attualmente promosso e proposto dall’Associazione La Pietra Scartata e dal movimento Ai.Bi. Amici dei Bambini. Questo rito permette di dare visibilità ecclesiale e simbolica ad un evento che, se è tanto rilevante nel suo profilo personale, sociale e civile, rischia di apparire sottotono o addirittura di scomparire nella comunità cristiana”.

Per informazioni e iscrizioni

È opportuno contattare il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia (Piazza San Giovanni in Laterano, 4 – 00120 Città del Vaticano; telefono: +39-06-69886113 – E mail: info@istitutogp2.it) o consultare on line il suo sito web.

Bioeticista e teologo morale Maurizio Chiodi è presbitero della diocesi di Bergamo. Ordinario di “Bioetica” presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia; è inoltre docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano ed è membro del comitato di redazione della rivista “Teologia”. Il 16 maggio del 2017 è stato nominato da papa Francesco membro ordinario della Pontificia Accademia per la Vita.

 

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