Ma questo secondo urlo segna un altro abbandono, questa volta con sfumature molto diverse. Infatti anche la famiglia affidataria deve abbandonare quel figlio, ma per salvarlo
Il momento drammatico della morte di Gesù sulla croce è descritto dai quattro evangelisti nei loro racconti in quattro diversi modi.
Matteo: “Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito” (Mt 27,50)
Marco: “Ma Gesù, dando un forte grido, spirò” (Mc 16,37)
Luca: “Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò” (Lc 23,46)
Giovanni: “Gesù disse: «E’ compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito” (Gv 19,30)
È questo un secondo grande urlo di Gesù, dopo quello dell’abbandono. Ma cosa significa questa volta? Dolore, sfinimento, disperazione?
Matteo e Marco non ci trasmettono parole pronunciate da Gesù, ma ci dicono del forte grido che può sembrare più che altro di liberazione dal dolore dell’agonia, oppure può sembrare causato da un passaggio di stato doloroso (dalla vita alla morte?). In realtà può ricordare quasi il pianto disperato del bambino alla nascita: la grande fatica e il sollievo. Si realizza un passaggio da una forma di vita ad un’altra. Dal buio alla luce. Dal regno degli uomini al Regno di Dio.
In Luca vediamo come Gesù, dopo essersi sentito abbandonato, ritrova il Padre e a Lui si affida totalmente. Consegna il suo Spirito e torna ad essere Figlio. Perché ancora ci crede, crede fermamente di essere Figlio, senza più disperazione. E muore credendo nel disegno di salvezza a lui, e a tutti noi, riservato.
Giovanni, invece, sottolinea la completezza, attestata da Gesù, di ciò che è avvenuto. Gesù muore esprimendo la consapevolezza di essere riuscito a portare a compimento il disegno di salvezza, resistendo fino all’ultimo respiro alle tentazioni che hanno accompagnato tutta la sua missione, a cominciare dalle tentazioni del deserto fino alla paura di essere abbandonato dal Padre. Ma Gesù crocifisso ha resistito anche nell’ultimo episodio della sua vita terrena, la crocifissione, alla tentazione di abbandonare, di scendere dalla croce, resistendo in questo modo alla tentazione di esibire un messianismo spettacolare. “È compiuto”. Gesù fa in questo modo presagire la salvezza per tutti gli uomini che viene da Lui conquistata, che si compirà poi con la resurrezione e la discesa dello Spirito Santo.
Anche per i bambini affidati che hanno la possibilità di rientrare nella propria famiglia o essere adottati (da una terza famiglia o dalla famiglia affidataria stessa in alcuni casi) arriva questo momento. Il momento del tutto è compiuto! Arriva nel momento in cui possono riaffidarsi ad una mamma e ad un papà e riescono a farlo perché mai in loro è vacillata la speranza/desiderio di ritornare ad essere figli, anche nei momenti più bui in cui si sono sentiti abbandonati hanno tenuto duro come Cristo sulla croce. Allora ecco un urlo di gioia alle parole “mamma” e “papà”, un urlo di liberazione, di compimento: sono di nuovo figlio!
Ma come è possibile che un bambino non perda la speranza?
La famiglia affidataria che ha tenuto viva la speranza nella relazione d’amore, sostituendosi all’assenza temporanea di una mamma e di un papà, e facendo in modo che il desiderio del bambino di essere comunque e sempre figlio si trasformasse in certezza, permette all’abbandono di trasformarsi in dono: quei genitori che riaccoglieranno o accoglieranno quel bambino saranno anche accolti dal bambino, ecco allora che in questa reciprocità il dono si realizza nell’essere accettato.
L’abbandono cambia volto, si redime, si ripulisce dalle colpe e dal peso di esse. Diventa amore vero e unico. L’affido ripulisce, illumina, pone prospettive, redime. Una redenzione che nasce da un abbandono, con l’allontanamento dai genitori e l’inserimento in famiglia affidataria, e si realizza attraverso la costruzione paziente e fiduciosa di una relazione di cura sincera, priva di senso del possesso.
Ma questo secondo urlo segna un altro abbandono, questa volta con sfumature molto diverse. Infatti anche la famiglia affidataria deve abbandonare quel figlio, ma per salvarlo. Lo ama così profondamente, tanto da accettare di abbandonarlo perché possa essere salvato dalla perdita del padre e della madre, perché possa realizzare un “per sempre figlio”, lasciando ogni senso di precarietà e di attesa. Un momento questo di gioia profonda e dolore altrettanto profondo, di distacco e di riavvicinamento. Un momento drammatico e colmo di grazia. Un momento colmo di contrasti. Ma Gesù ci ha mostrato la via da percorrere e il senso di questi momenti: l’affidamento al Padre per la salvezza. Con il secondo urlo la speranza, nella fede, diventa certezza di salvezza. Giustizia è fatta! Tutto è compiuto!
(Approfondimento n.2) (Per leggere la puntata n.1 QUI)
Cristina Riccardi e Paolo Pellini
La Pietra Scartata
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