Sentirci accompagnati dal Signore nel percorso dell’accoglienza non ci fa mai sentire soli. Sappiamo che non ci darà prove che non saremo in grado di superare
Siamo giunti alla quarta esperienza di pronta accoglienza affidataria. Ognuna di esse ci ha fornito un bagaglio di esperienze che ci hanno arricchiti come persone e che al tempo stesso ci hanno fatto riflettere, arrabbiare, desiderare di sollecitare un sistema che appare a volte poco efficace.
La nostra prima esperienza si conclude col passaggio dei bimbi a noi affidati ad una comunità. Ed ecco che ci imbattiamo nel primo “cortocircuito”. Nonostante ci fossimo resi disponibili a prolungare l’affido, i due fratellini, entrambi piccolissimi, furono ricollocati nella comunità gestita dal comune che aveva richiesto il loro allontanamento.
Perché questo sia avvenuto non ci è mai stato chiarito. A suo tempo poi non sapevamo ancora che per i piccolissimi non dovrebbe essere prevista la comunità. Ma anche sapendolo cosa avremmo potuto fare? Del resto ci sentivamo un appoggio temporaneo a tempo brevissimo per poter poi trovare altra collocazione. I servizi sociali non ci calcolavano più di tanto e anzi sembravano stupiti che questi bimbi avessero ritrovato un loro equilibrio in così poco tempo. Questo al primo incontro dopo circa un mese.
Ai successivi nessuno ci ha più chiesto nulla, nessuno si è più preso il tempo di scambiare due parole. Del resto le informazioni le avevano dal “diario di bordo” in cui annotavo tutti i cambiamenti dei bambini. Lasciare i bambini in comunità e non sapere più nulla di loro è stata dura, anche per noi era incredibile come in quel poco tempo quei bimbi avessero assunto una tale importanza nella nostra vita, però, ci ripetevamo, è la prassi, ci avevano avvertito che in alcuni casi, soprattutto in pronta accoglienza, dei bambini affidati non si sa più nulla.
Così, ci siamo stretti nelle spalle e siamo andati avanti. I nostri figli erano arrabbiati che ai fratellini non fosse stata data la possibilità di restare con noi o di vivere presso un’altra famiglia. Anche a loro sembrava un controsenso che non ci fossero una mamma ed un papà ad occuparsi di loro.
Ai.Bi. – Amici dei Bambini ci è stata vicina anche in quei momenti in cui si rendeva necessario “elaborare il lutto” e accettare che non sempre le procedure seguono la logica tantomeno quella del cuore!
Dopo cinque mesi arriva un’altra segnalazione. E così arriva da noi Marianna, due mesi di vita, piccola come fosse appena nata e con diverse problematiche di salute. Per lei si era già aperto l’iter adottivo. E infatti dopo alcuni mesi di valutazione della famiglia d’origine ci viene comunicato che Marianna è stata abbinata a una coppia adottiva.
Quando abbiamo conosciuto la coppia, loro erano molto prevenuti nei nostri confronti. Era stato detto loro da parte dell’assistente sociale del loro comune di non famigliarizzare molto con noi, che spesso gli affidatari non vedono con piacere il passaggio del minore ad altra famiglia o in adozione…in compenso durante il percorso precedente e anche dopo abbiamo poi saputo che erano stati lasciati soli e che i servizi sociali erano per nulla competenti in materia di adozione.
Contrariamente alle premesse, durante i giorni di inserimento in cui noi e la coppia abbiamo vissuto gomito a gomito per intere giornate, tra noi è “scoccata la scintilla” ed è nata una bellissima amicizia che continua anche oggi e che per i primi mesi abbiamo dovuto celare per paura da parte della coppia adottiva che i servizi o il tribunale potessero avere da ridire e annullare l’abbinamento. Grazie a questa amicizia abbiamo potuto essere un supporto pratico ed emotivo per la coppia quando hanno saputo (nessuno li aveva informati prima) che in realtà la piccola non era ancora stata dichiarata adottabile e quando questo era avvenuto che la famiglia aveva fatto ricorso. Ed ecco che ci si presenta un altro “cortocircuito”. Ci sono voluti due anni, l’intervento di un legale pagato dalla coppia (ufficiosamente, in quanto per la legge affidatari e quindi non facenti parte del procedimento), varie ricerche e tanto stress accumulato perché la coppia potesse concludere l’adozione di Marianna.
Ora che il passaggio si cerchi di farlo il prima possibile per limitare le conseguenze di un attaccamento agli affidatari ed un successivo trauma per il passaggio lo comprendiamo benissimo ma che l’iter burocratico non permetta di accorciare i tempi questo non è comprensibile. Si dovrebbe arrivare alla dichiarazione di adottabilità in tempi brevi e solo successivamente (e possibilmente dopo che si sia valutato un possibile ricorso da parte della famiglia d’origine) il minore dovrebbe essere inserito con la coppia adottiva.
Considerando che il caso di Marianna è stato tutto sommato chiuso velocemente, sarebbe auspicabile rivedere l’iter da seguire e soprattutto i tempi per i casi per cui si ipotizza l’adozione.
Stessa situazione si verifica con Barbara, inserimento prima della dichiarazione di adottabilità senza informare adeguatamente la coppia adottiva, reticenza da parte dei servizi nei nostri confronti per gli stessi motivi di cui sopra che vedono gli affidatari come una minaccia, il tribunale che ipotizza un’adozione mite o addirittura un affidamento sine die alla coppia adottiva e poi “miracolosamente” arriva a distanza di 10 mesi la dichiarazione di adottabilità e in tempi da record il decreto che sancisce l’affidamento preadottivo.
Anche in questo caso l’essere riusciti a stringere un rapporto di amicizia con la coppia ha giovato a tutti, soprattutto a Barbara che ha potuto compiere il passaggio con maggiore serenità anche se i suoi genitori ci hanno confessato che i primi mesi sono stati difficilissimi anche perché anche loro non hanno ricevuto da parte dei servizi adottivi l’auspicata assistenza e anche perché quando è stato comunicato loro che era ipotizzabile un affido invece di un’adozione hanno vissuto mesi di angoscia.
Detto questo vorremmo spezzare una lancia a favore dei servizi sociali che ricoprono un ruolo difficilissimo e che spesso fanno miracoli per poter gestire i casi. I comuni dovrebbero essere in grado di offrire un servizio sociale duraturo (non con personale a progetto o che arriva da cooperative) e specializzato (gli assistenti sociali dovrebbero ricevere adeguata preparazione).
Ed eccoci giunti all’affido attuale di Naomi su cui non possiamo che esprimerci bene. Vi è un progetto sui genitori che si trovano in comunità e i nonni sia materni che paterni presenziano agli incontri protetti. Grazie al supporto di Ai.Bi. e ai servizi sociali che hanno in carico la bimba siamo riusciti a dare supporto tramite un rapporto epistolare tra noi e la famiglia di Naomi. Questo ha fatto sì che l’affidamento di Naomi venisse visto come un valore aggiunto per la buona riuscita del progetto che ci si auspica termini con il riavvicinamento di Naomi alla sua famiglia d’origine. Avendo la piena fiducia dei servizi, che ci avevano già conosciuto durante l’affido di Marianna, abbiamo la possibilità di ricoprire un ruolo non più marginale, anche se sempre tutelato, nella speranza che le nostre lettere motivino i genitori a superare le loro difficoltà. La situazione potrebbe ancora cambiare e ne siamo consapevoli ma per il momento facciamo del nostro meglio per far crescere serena Naomi e al tempo stesso per accompagnare i suoi genitori lungo il cammino. Ci auguriamo solo che non vi sia qualche decisione azzardata cammin facendo bensì che si collabori fino in fondo avendo bene in mente che il benessere di Naomi è la cosa più importante.
Per concludere vorremmo condividere alcune considerazioni che secondo noi potrebbero aiutare a prevenire alcuni cortocircuiti che gravitano attorno all’accoglienza affidataria:
– I servizi sociali dovrebbero considerare le famiglie affidatarie come vero e proprio valore aggiunto nel percorso di affido e confrontarsi con loro con regolarità al fine di tutelare al massimo il minore e rendere in certi casi più produttivo il progetto sulla famiglia d’origine
– L’iter che porta all’adozione di un minore dovrebbe essere snellito e il passaggio dovrebbe avvenire una volta accertata l’adottabilità. Allo stesso tempo le informazioni fornite agli adottivi dovrebbero essere chiare al di là di ogni equivoco.
– Ad ogni esperienza abbiamo acquisito nuove competenze che ci hanno aiutato a saper gestire meglio il rapporto coi servizi sociali e le altre parti coinvolte. Crediamo che lo strumento della testimonianza sia fondamentale per aiutare le famiglie affidatarie nel loro percorso soprattutto quelle che sono all’inizio. Sarebbe utile intensificare i momenti in cui le testimonianze possano essere proposte prima e durante gli affidi.
– A nostro parere occorrerebbe raggiungere un grande traguardo che porti il numero di bambini piccolissimi nelle comunità a 0.
– Riteniamo inoltre che vada incentivata la continuità degli affetti che se correttamente gestita senza invasioni di campo risulta essere un modo per tutelare la serenità del bambino e evita che si possa sentire di nuovo abbandonato.
Per quanto ci riguarda non ci sono stati “cortocircuiti” o altri fattori esterni che siano riusciti a farci sentire demotivati riguardo all’affido anzi sono serviti a renderci più consapevoli, a rafforzare il nostro desiderio di accogliere, e anche a confermare il motivo per cui lo facciamo che è quello di dare a questi bambini una famiglia e un ambiente sereno dove vivere per il tempo necessario così come fornire loro gli strumenti per affrontare lo step successivo.
Sentirci accompagnati dal Signore nel percorso dell’accoglienza non ci fa mai sentire soli. Sappiamo che non ci darà prove che non saremo in grado di superare. Sappiamo che quello che facciamo è una piccola goccia nel mare ma che il mare ha bisogno anche di quella piccola goccia.
Lorella e Luigi
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