Salta al contenuto Skip to sidebar Skip to footer

I diari di un educatore. Eppure l’urlo dell’abbandono è ancora più acuto perché illegittimo. È quello di una non-attesa, di una non-speranza (1)

Le riflessioni di un educatore in un diario dei suoi primi tre mesi di esperienza in una comunità di accoglienza per minorenni

Cosa significa entrare come educatore in una comunità di accoglienza? Che cosa significa trovarsi faccia a faccia con l’urlo dell’abbandono? Lo spiega, in un breve diario sui suoi primi tre mesi di esperienza professionale, proprio un educatore. Che testimonia, così, il suo incontro con le difficoltà e il dolore di chi non ha una famiglia. Un incontro destinato a cambiare le sue prospettive.

APRILE. L’inizio

È da poco che lavoro in comunità, tra adolescenti italiani e stranieri non accompagnati.

Ci si aspetta da me inesperienza, a buona ragione: sono nuovo. Anche disabitudine, effettivamente l’ultimo adolescente di cui ho ricordo sono io. Ci si aspetta da me inconsapevolezza, no! Quella no.

È l’incontro con un vecchio conoscente, effettivamente da qualche anno non più incontrato. Ma è sempre lui, lo riconosci: così assordante da essere evitato e sedato da esigenze quotidiane e da esigenze burocratiche complesse, così totalitario che il pensiero
quando ci finisce sopra rimane muto. È l’abbandono, anzi, l’urlo dell’abbandono.

Lo avevo conosciuto nella sua forma “adottiva” e “affidataria”, esperienze ormai passate per me ma pur sempre attuali. Dov’è evidente la solitudine di un bambino e il tentativo di una famiglia di prendersene carico. Ho sempre associato l’abbandono, infatti, all’accoglienza familiare di un minore rifiutato. Chi pensava di incontrarlo anche all’interno di una struttura di accoglienza di questo tipo? Eppure il suo sibilare lo si sente già dalle scale…

Perché, parliamoci chiaro, in comunità ci deve abitare chi una famiglia ce l’ha e deve essere aiutato a raggiungere la propria maturità o a ricongiungersi con la stessa. In comunità ci si deve stare per poco tempo. In comunità non ci deve essere fame di mamma, figuriamoci se parliamo di minori stranieri non accompagnati: loro hanno in patria una famiglia intera che gli aspetta!

Eppure l’urlo si sente ugualmente ed è ancora più acuto perché illegittimo. È quello di una non-attesa, di una non-speranza. È la fame di chi non ha mai provato a riempirsi la pancia prima, perché non è una mancanza evidente, conclamata e accettata. Una famiglia questi ragazzi la hanno…chi dovrebbero mai aspettare?

MAGGIO. Roma caput mundi

Sta finendo il secondo mese dall’inizio del mio lavoro come educatore di comunità di adolescenti. Ho speso molto tempo nel parlare con i ragazzi ultimamente. Ci rifletti, li aiuti a ragionare. È una battaglia di opinioni logiche, o senza troppo senso, ma comunque è un gran rumore che ti permette di tacere l’inevitabile: la voglia di essere figlio. Dove i “se”, i “ma”, i “quindi” non hanno più forza.

La voglia di essere figlio non può essere soddisfatta da chi alla sera prende la macchina e torna a casa sua, da chi ad agosto va in ferie da loro…ma dire ciò è vietato! E allora sia bandita la voglia di essere figlio!
Ipermentalizzare la vita in comunità, una marea di consigli e riflessioni. Inconsapevolmente riempiamo lo spazio del silenzio con parole, anche saggie e benevole, così che nessuno abbia modo di urlare “ho fame di mamma!”. Tutte le strade portano a Roma, tutti i discorsi portano lì. Razionalizzare insieme permette di distrarre l’attenzione da questo itinerario.

Non è malafede, tantomeno cattiveria, ma il timore di noi operatori è quello di trovarsi travolti dall’impotenza, di rimanere a bocca chiusa. La fame di mamma non va in ferie, noi, da contratto, sì.

I nostri discorsi logici sono una tangenziale che permette ai ragazzi di girare introno al centro città senza mai raggiungerlo. Ma si sa, tutte le strade conducono all’Urbe.

GIUGNO. Come Don Chisciotte

Sta finendo il terzo mese dall’inizio del mio lavoro come educatore di comunità di adolescenti.
Mi chiedo quando si possa dire “basta”. Quando si può interrompere il progetto su un ragazzo? Quando è legittimo farlo?
Lui potrà sbagliare, cadere, mentire, essere violento, seminare zizzania…ma, come un figlio, perché è figlio, gli sarà sempre data un’altra opportunità.

Di fronte a tanti, troppi, errori e tradimenti la mia pancia si divide in due: “lo prendo a calci o lo abbraccio?”. Anche il buonsenso è dubbioso: “chi sbaglia paga, non c’è nulla da fare…però non si può rischiare di buttare via un progetto educativo di quattro anni, che ne sarà di lui poi?”.

Si è talmente insicuri sul da farsi, la volontà è talmente debole, che non ci si sente più impermeabili all’azione della grazia.

L’orgoglio, però, ferito dalla nostra impotenza, escogita una soluzione: lo accettiamo ancora questo ragazzo. Come in una famiglia, lui sarà sempre accolto. Rendiamo “familiare” l’esperienza di comunità. Ma questo sforzo artificioso non permette di crescere in saggezza: non ci permette di capire che, anche nelle famiglie, capita di dover lasciare andare, a volte cacciare, i figli per il loro bene.

Accompagnare l’abbandono è l’attività che qui svolgiamo. Eppure è evidente che l’abbandono va prevenuto o superato, solamente così ci può essere serenità per un ragazzo, solo questa deve essere la nostra missione! La comunità è in grado di essere, nel migliore dei casi, un surrogato della famiglia e non permette di sconfiggere il nemico. I ragazzi ci ricordano questo quotidianamente: noi non saremo mai famiglia.

In comunità si fa uno sforzo di disincanto, non potendo dare il meglio ad un ragazzo si dà il meno peggio, ci si associa alla sua storia e lo si accompagna nell’abbandono. Accompagnarlo tutti i giorni lungo la sua personale via crucis è una tortura per entrambi, ma, se non lo facesse nessuno, il percorso di questi giovani sarebbe anche solitario.

Accompagnare l’abbandono rimane l’azione di chi ha il coraggio di osservare che il mondo non può garantire, quanto meno in quel momento, dei genitori ad un minore. È un’attività disillusa, è emergenziale. È l’attività di chi, piuttosto che lasciare solo un ragazzo, immerge mani e piedi negli abissi del suo rifiuto e combatte con lui, consapevolmente, i mulini a vento. Per molti mamma e papà non arriveranno.

Davide Pellini

Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.


DONA ORA