Salta al contenuto Skip to sidebar Skip to footer

Quando un figlio “adotta” il proprio padre. Le mani di Niccolò Zanardi come segno di riconoscenza

Se la sfida oggi è quella di riscoprire una figura, quella del padre, che va sfilacciandosi, bisogna anche tornare a sentirsi figli. Come nell’adozione

La foto di Niccolò Zanardi, 22 anni, che nella mano stringe quella del padre, il campione di automobilismo e sport paralimpici Alex, dopo il grave incidente subito da quest’ultimo nel corso di una competizione amatoriale di handbike, ha commosso l’Italia. Mentre il papà lottava tra la vita e la morte, era suo figlio a dargli la forza di non mollare. Di continuare a combattere. “Io questa mano non la lascio. Forza papà, ti aspetto. Torna presto”, ha scritto Niccolò. A volte, nella vita, sono i figli a dover dare forza ai padri. E il pensiero corre subito ai tanti figli, più grandi di Niccolò, che durante la recente emergenza sanitaria hanno stretto virtualmente le mani dei loro padri, mentre lottavano contro la malattia. Ma c’è anche il senso di questa società, in cui la figura del padre va affievolendosi e sfilacciandosi. Una società in cui, quindi, tocca ai figli tornare a sentirsi tali.

“Le mani sono dei simboli, tante volte diventano anche rivelazioni: portano in alta definizione ciò che il cuore custodisce gelosamente – scrive sul quotidiano Il Mattino don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova e scrittore – Quelle mani sono anche le stesse di tanti figli che oggi, nelle difficoltà, perdono i loro genitori”. “Di solito – continua il sacerrdote – sono le mani dei padri che (man)tengono quelle dei figli. Capita, però, che certe volte la vita scompigli le carte, costringendo i figli a diventare padri dei loro padri. Pare una beffa, eppure è la più intima delle rivelazioni: nessun uomo nasce padre, lo diventa il giorno in cui gli nasce un figlio”.

Il dono della vita e delle cure genitoriali, a volte, deve essere ricambiato. Si tratta di “una contaminazione di regali, il padre dona la vita al figlio, il figlio dona la paternità al papà. In caso d’emergenza, poi, questa trasfusione di vita riappare in superficie: quando il padre vacilla, il figlio ricorda bene di come si è sentito quella volta che, da bambino, stava per cadere. E gli viene spontaneo ripetere la dolcezza di quel gesto primitivo. Anche ad un figlio, dunque, potrà capitare di dovere mantenere suo padre: è scritto nelle carte della vita”.

Quelle mani, le mani di Niccolò, che accoglie e, in un certo senso, “adotta” suo padre, sono come “corridoi attraverso i quali passa la luce, la riconoscenza, la speranza”. “Un giorno diremo – conclude don Marco – col massimo rispetto per scienza ed affini, che quella mano ha fatto più dei ventilatori”. Il verbo “adotta”, però, non è casuale. Perché, se oggi la sfida è quella di sentirsi nuovamente i figli, si può allora ben comprendere ciò che accade nell’adozione, dove affinché si realizzi non è sufficiente che i padri “accolgano” i bambini abbandonati come propri figli, ma, soprattutto, è necessario che i figli adottati adottino a loro volta i propri padri, riconoscendoli come “vero padre”.

Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.


DONA ORA