L’esperienza, la tenacia e la determinazione di una madre adottiva che non si arrende di fronte alle difficoltà scatenate dal male dell’abbandono: le proposte per un concreto sostegno
Tre articoli mi hanno convinto che fosse importante condividere la mia esperienza e la mia riflessione su quanto accaduto a mio figlio: una lettera pubblicata su Repubblica il 29 giugno 2018, il dramma di una mamma che si ritrova all’improvviso con un figlio biologico e fino a quel momento “normale” che va in crisi con la vita, compie atti autolesionistici, è ricoverato in psichiatria e in una comunità in mezzo ai malati psichiatrici; un articolo su Vita (luglio-agosto 2018) dal quale risulta che il 18% dei ragazzi seguiti dal SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) sono adottati ed è necessario ripensare al post-adozione; un articolo, sempre sullo stesso numero di Vita, che denuncia il primato dell’Italia in Europa per i giovani NEET, ragazzi dai 18 ai 24 anni che non sono impegnati né a livello professionale, né a livello formativo. Sono 2 milioni, il 25,7% dei giovani tra i 18 e i 24 anni.
La mia è la semplice riflessione di una mamma, priva di competenza in materia ma, purtroppo, ricca di questa esperienza di vita e che da due anni, con tutta la famiglia, l’aiuto di specialisti e degli amici, sta lottando per vedere il proprio figlio ritrovare la voglia di vivere e di ripartire.
Sono mamma di due figli , il primo biologico e il secondo adottato quando aveva sei anni.
Due anni fa, dopo il compimento dei 18 anni e dopo 10 anni intensi e faticosi ma felici, con grandi progressi di nostro figlio nella vita e nella scuola, ha inizio una crisi profonda tutt’ora in atto e che si manifesta con i ricordi dei traumi subiti in istituto: a questa sofferenza profonda, che gli ha fatto perdere il controllo di sé, ha fatto necessariamente seguito il compimento di atti autolesionistici, la crisi scolastica, l’abbandono degli scouts e dell’oratorio, la chiusura in se stesso e il rifiuto della sua famiglia.
Quando la crisi è iniziata e lui ha chiesto aiuto alla psicologa (che lo seguiva da quattro anni), lui ha voluto raccontare le torture subite in istituto e quando gli ho chiesto come mai, quando era bambino e aveva raccontato alcuni di questi fatti non era così traumatizzato, lui, dimostrando la sua intelligenza, mi ha detto “mamma, io prima non ero consapevole di quello che avevo subito, ora sì”.
Già, il compimento dei 18 anni e la consapevolezza di quanto subito, l’hanno distrutto e gli hanno bloccato la voglia di vivere, incapace di bilanciare questi dolori con la fortuna che aveva avuto di essere stato adottato (fortuna che lui ricordava a tutti negli anni passati)!
Da lì è iniziato un periodo doloroso per lui e per la nostra famiglia: è intervenuta una psichiatra, ha lasciato definitivamente la scuola, ha lavorato per pochi mesi in una cascina e in una pizzeria di proprietà di amici e sembrava che tutto tornasse al meglio (in quel momento contava solo che ritornasse ad avere voglia di vivere, di fare, di stare con noi e con gli amici)… ma poi… di nuovo ha messo in atto atti autolesionistici e ha manifestato la fatica di vivere in casa.
La proposta della psichiatra è stata allora quella di farlo seguire dal CPS (centro psicosociale dell’AST), poi al CPS lo psichiatra gli ha proposto la CRA come comunità nella quale poter essere osservato e staccarsi temporaneamente dalla famiglia; quando sconvolti l’abbiamo accompagnato alla comunità, lo psichiatra responsabile della CRA ha detto: ”il rischio è che qui si psichiatrizzi!”
Dopo alcuni mesi, ha una crisi di autolesionismo in quella struttura: il protocollo prevede, a tutela del paziente, degli altri pazienti e dello stesso medico curante, il ricovero in psichiatria; lì ha poi passato tre settimane, comprese le vacanze natalizie: non auguro a nessun genitore, di vedere il proprio figlio, implodere così profondamente rispetto alla vita…era irriconoscibile e voleva solo morire!!
Poi è tornato a casa, dopo cinque mesi in comunità e tre settimane in psichiatria (il CPS ha previsto solo un colloquio settimanale con lo psichiatra… nulla di più!!), ed è rimasto a casa due mesi con un progetto di recupero concordato con il suo educatore e la ragazza che lo seguiva nello studio, poi è imploso di nuovo ed ha chiesto di tornare in CRA.
Dall’osservazione fatta dagli psichiatri durante l’estate in CRA però era risultato che nostro figlio non è psichiatrico ma stava (e sta) attraversando una crisi psicologica forte dovuta al suo passato: questa diagnosi è stata confermata dallo specialista che ha sostenuto dei colloqui con nostro figlio nel gennaio 2018… diversa quindi doveva essere la comunità di recupero da offrire a nostro figlio ma il Dipartimento di salute mentale era in grado solo di offrire un ricovero nella stessa comunità (comunità per psichiatrici e di età diverse): al rientro in comunità, il responsabile della CRA ha detto di nuovo: ”non è la sua comunità, il rischio è che si psichiatrizzi, ma il nostro dipartimento non ha comunità solo per ragazzi con difficoltà psicologiche”.
Ora è a casa (lui poco dopo si era pentito di essere rientrato e comunque noi, non vedendo concreti cambiamenti e nella certezza che quella non fosse la comunità adatta a lui, abbiamo forzato la sua uscita dalla comunità) e speriamo per sempre, con l’aiuto dell’educatore che ormai da un anno e mezzo lo segue e della ragazza che lo segue nello studio; in questi mesi ho pensato al privilegio che abbiamo di aver affidato nostro figlio ad un educatore tutto per lui con cui ora sta elaborando un progetto di studio, di organizzazione della quotidianità e di relazione con noi a settembre; è un aiuto anche per noi genitori, così spaesati nel contatto con gli specialisti e le strutture che si occupano di salute mentale.
Dopo questa esperienza così dolorosa e faticosa, sollecitata da questi tre articoli, offro questa mia riflessione prima rivolta alla scuola, poi al dipartimento di salute mentale, e, infine, all’adozione…la offro nella speranza che altri figli, adottati e non, fragili al momento del passaggio all’età adulta, abbiamo aiuti e sostegni migliori e più specifici rispetto a quelli avuti da mio figlio.
La fragilità degli adolescenti. La scuola
Nostro figlio ha frequentato la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado come qualunque altro bambino e ragazzino: educato, desideroso di imparare e impegnato per avere buoni voti : certo, anche con fatica per due disturbi dell’apprendimento che rendevano per lui più difficile l’apprendimento ma mai nessun insegnante e poi professore aveva mai messo in dubbio la sua “normalità” affidandosi ai consigli di una pedagogista che seguiva, su nostro mandato, anche i rapporti con loro; iscrittosi in un istituto professionale, poco dopo i professori hanno iniziato a manifestare perplessità sulle difficoltà cognitive, nonostante all’inizio della prima superiore l’esito dei test cognitivi avesse confermato la sua “normalità”: alla fine del secondo anno, rispettando la richiesta dei professori, abbiamo chiesto a nostro figlio di sottoporsi di nuovo ai test cognitivi presso un ospedale pubblico; l’esito dei test ha avvalorato ulteriormente la sua “normalità” perché il risultato era superiore alla verifica precedente, pur non essendo a “100” non aveva comunque il minor quoziente intellettivo necessario per avere diritto all’insegnante di sostegno (o per essere imposto dalla scuola)!
Poi, per sua scelta, nostro figlio pochi mesi dopo l’inizio della crisi subita per i traumi del passato, ha abbandonato la scuola e noi alla fine non abbiamo potuto contrastarlo; ora a distanza di tempo, senza dietrologie e senza rabbia, penso, per i tanti ragazzi fragili che stanno crescendo, che la scuola debba essere in grado di includere, non solo i disabili ma anche i ragazzi che, per varie ragioni vivono alcune fragilità.
E’ giusto e doveroso accogliere i disabili (offrendo loro l’insegnante di sostegno e dei percorsi differenziati), e finalmente anche i dislessici (offrendo loro percorsi differenziati) ma quei ragazzi le cui difficoltà di apprendimento non sono catalogabili? perché imporre un insegnante di sostegno e “un bollino” per la vita di disabilità che non esiste, per ragazzi solo fragili, pur di fargli completare gli studi?
Certo, ho scoperto che esiste il progetto BES (Bisogni Educativi Speciali), ma ho anche scoperto, parlando con amici insegnanti, che pur firmato, non sempre è rispettato ed attuato da ciascun professore; per mio figlio è accaduto così e noi genitori, per rispetto della categoria dei professori, non abbiamo mai preteso, come forse avremmo dovuto, che tutti i professori, non solo quelli sensibili e preparati, attuassero il progetto come concordato per nostro figlio; ora, non so se mio figlio senza gli esami a settembre (che non avrebbe avuto se tutti i professori avessero seguito il BES, neppure l’esame avuto solo su due argomenti del primo quadrimestre o quello avuto con la media del 5,7 !!) o con l’interesse dei professori a lui come ragazzo, una volta lasciata la scuola (nessuno ha mai più chiamato né lui né noi genitori!) avrebbe avuto una crisi meno profonda, e comunque, questo pensiero non ha ora più alcun interesse perché è stato superato dalla più grave crisi che sta condizionando la vita intera di nostro figlio.
Ma non è questo il motivo della mia riflessione; mi interessa infatti che, per tutti i ragazzi normali e volonterosi ma fragili, la scuola dell’inclusione funzioni veramente, che i professori siano consapevoli che i ragazzi sono sempre più fragili e che, soprattutto quando si insegna in un istituto professionale, ci si preoccupi di aiutarli a continuare per formarsi e prepararsi ad un lavoro: questi ragazzi, che difficilmente andranno all’università, quando lasciano l’istituto professionale lasciano il mondo scolastico ed entrano nel grande numero dei giovani italiani che non riescono neppure a trovare un lavoro perché privi anche di un diploma professionale; con il nostro terzo figlio siamo entrati in un mondo scolastico che ci era sconosciuto (io e mio marito e i primi due figli abbiamo fatto il liceo scientifico) e dal confronto con alcuni insegnanti abbiamo appreso che gli istituti professionali in Europa preparano ad una professione perché si preoccupano della preparazione tecnica piuttosto che di quella culturale ed umanistica: forse è per questo che il numero dei giovani Neet in Europa è inferiore rispetto a quelli italiani?
La scuola si deve interrogare su questo dato e chiedersi se è giusto che quando la scuola non è più dell’obbligo, si chieda ai ragazzi di rientrare in specifiche categorie della normalità, della disabilità e della dislessia…altrimenti, non c’è posto per loro nella scuola, pur essendo ragazzi “normali” ma fragili e con una volontà fragile: il diritto di proseguire negli studi e di trovare un lavoro, predisponendo e rispettando il BES, ci deve essere anche per loro!
La fragilità degli adolescenti. Il Dipartimento di Salute Mentale
L’esperienza vissuta e la conoscenza diretta della vita dell’unica comunità in cui può essere inserito un ragazzo fragile, mi porta a dire che lo studio e la cura della salute mentale dovrebbe prevedere due distinti settori per non rischiare che le persone, e in particolare i giovani, che manifestano fragilità rischino di psichiatrizzarsi anche quando non lo sono e anche solo perché loro pensarlo di esserlo!
Allora ho pensato che questo Dipartimento dovrebbe prevedere una prima fase di studio della fragilità, individuale con il singolo specialista: solo dopo questo accertamento un giovane poi seguirà un percorso di recupero o del problema psicologico o del problema psichiatrico; questo recupero potrà essere fatto a casa o in comunità.
Dopo l’esperienza di mio figlio di nove mesi in questa comunità, penso che debbano esistere comunità per giovani (dai 18 ai 30 anni) e comunità per adulti e che queste comunità debbano occuparsi separatamente dei giovani (o adulti) con una fragilità psicologica e con una fragilità psichiatrica; le finalità del recupero sono infatti diverse: non solo per i giovani si tratta di recuperare un inserimento nella famiglia, nella scuola o nel lavoro, ma tra i giovani stessi, il recupero di un ragazzo che ha una fragilità psicologica è diverso da quello che ha una fragilità psichiatrica: il primo potrà tornare a studiare o a svolgere un lavoro qualunque, il secondo avrà un percorso più tutelato; il primo ha bisogno di un piano di recupero che preveda in comunità giornate ritmate da diverse e intense attività quotidiane (di studio, di lavoro, di sport, di relazioni con l’esterno) per allenarsi al rientro alla vita, mentre il secondo deve avere tempi e attività diverse e più blande perché il loro rientro a casa è condizionato da una patologia.
Prevedere come è ora, una commistione e una confusione tra le due diagnosi, significa rischiare di tarpare le ali ai giovani con fragilità solo psicologica o anche solo di precluder loro, o ritardare, l’accesso a altre realtà; professionali o lavorative questo problema l’ho scoperto grazie anche all’aiuto del nostro educatore.
Il nostro educatore ha trovato un corso di studio, per ora breve e non impegnativo, per ragazzi “normali” e fuori dai circuiti scolastici e professionali, (come i Nett!!) mentre il Cps è solo in grado di proporre percorsi professionali per psichiatrici: il pericolo è che un giovane solo con una fragilità psicologica in breve si convincerà di essere psichiatrico e, al di là della sua convinzione, non avrà gli strumenti per riprendere la vita normalmente!
Il nostro educatore poi ci sta aiutando a programmare le giornate di nostro figlio prima della ripresa della scuola; l’educatore del Cps che sul territorio segue i singoli casi, non potrà mai dedicare tempi e competenze diverse ad ogni utente, perché le risorse sono poche.
Quest’anno decorrono i 40 anni dall’entrata in vigore della legge Basaglia: deve essere l’occasione per interrogarci sulla qualità del servizio sul territorio, sull’aiuto dato alle famiglie e sulla prevenzione delle malattie psichiatriche.
Ho cercato invano una comunità di recupero per maggiorenni con fragilità psicologiche: non esistono né nel pubblico, né nel privato, il terzo settore, credo che debba iniziare a riflettere su questa mancanza che pregiudica il futuro di tanti nostri ragazzi fragili.
La fragilità degli adolescenti. L’adozione
Grazie a Dio nostro figlio è uno dei pochi casi difficili e le motivazioni che 20 anni fa ci hanno indotto alla scelta di adottare il secondo figlio dopo un figlio biologico, sono vive tuttora e ci stanno aiutando in questo periodo così buio; abbiamo la fortuna di avere un figlio che vuole un gran bene al fratello adottato e tanti amici che ci hanno aiutato in questi anni, anche quotidianamente!
Certamente occorre preparare le famiglie che scelgono di adottare alle fatiche che a volte possono essere più intense rispetto a quelle dei figli biologici, anche se la lettera pubblicata su Repubblica, e comunque i fatti di tutti i giorni, dimostrano che anche un figlio biologico può per varie ragioni faticare a diventare adulto in modo sano e regolare; certamente ora so che il post-adozione vale fino a quando i ragazzi non diventano adulti: nostro figlio ha iniziato la crisi dopo 10 anni di adozione, felice e intensa, amato da tutti e seguito dalla psicologa dell’associazione prima, e da una pedagogista poi.
Certamente, bisogna pensare a realtà, anche comunitarie e di sostegno all’ingresso del mondo del lavoro, per questi ragazzi a volte più fragili degli altri; credo che le associazioni che si occupano di adozione debbano iniziare una riflessione su questo tema per aiutare i ragazzi adottati a non implodere e a ottimizzare la fortuna ricevuta.
Nell’anno in cui mio figlio ha avuto la crisi è stata diramata una Circolare del Ministero della Pubblica Istruzione sugli alunni adottati: le associazioni devono battersi affinché dette circolari siano rispettate offrendo anche sostegno alle famiglie che da sole non ce la fanno a contrastare il mondo della scuola.
La fragilità degli adolescenti. Una conclusione (pensando a Leopardi)
Giacomo Leopardi ha scritto: “Non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita“( da “Lettera a Pietro Giordani, 17.12.1819”), ma per rimanere fanciulli, e quindi felici, occorre che l’infanzia non sia stata menomata perché altrimenti è menomata tutta la capacità creativa e di crescita di un bambino. E se così è questi bambini faticheranno ad attraversare l’adolescenza perché “solo l’eccesso di speranza dell’adolescenza permette di prenderne la rincorsa necessaria a saltare gli ostacoli che ci separano dall’infinito” (da “L’arte di essere fragili come Leopardi può salvarti la vita”, Alessandro D’Avenia).
La speranza, anche eccessiva, nell’adolescenza è un diritto di tutti i ragazzi anche di quelli che hanno avuto per varie ragioni un’infanzia difficile, che purtroppo torna nel ricordo nel passaggio all’età adulta perché tutti devono avere il diritto di raggiungere l’Infinito.
Questi minori hanno il diritto di avere intorno non solo una famiglia ma anche degli insegnanti e degli specialisti pronti ad accogliere la loro crisi, aiutandoli a superare le prove, senza etichettature o forzature (insegnante di sostegno e/o malattia psichiatrica). è un loro diritto avere un periodo di comprensione e di osservazione per poi giungere alla vera diagnosi.
Per fortuna tantissimi ragazzi adottati, o con genitori separati o che vivono una crisi (come una malattia o un insuccesso) ce la fanno a diventare adulti ma purtroppo stanno aumentando, in generale, i casi di ragazzi che faticano a superare le crisi di vita .
Credo che occorra aumentare il numero dei professionisti e migliorare la loro competenza: certo significa investire ma credo che per una società sia meglio investire nella prevenzione piuttosto che avere più ragazzi definiti psichiatrici con il diritto alla pensione d’invalidità e più Neet a cui assicurare un sostegno economico: la dignità della persona deve essere tutelata ancor di più in questo difficile snodo della vita che determina il passaggio all’età adulta, certamente anche con l’impegno e la volontà dei giovani stessi!
Credo che il mondo adulto debba accogliere questa sfida a tutela dei giovani e del loro futuro (e di quello della nostra società).
Nostro figlio ha ancora bisogno di aiuto e non sappiamo né se né quando ce la farà a riprendere il cammino della vita: la sua volontà ora è fondamentale, il suo futuro dipende dalla volontà di riaffidarsi a noi e agli specialisti; ma ho voluto condividere questa esperienza e queste idee nella speranza che, grazie a interventi più massicci e più qualificati nel mondo della scuola e della salute mentale, tanti ragazzi e tante famiglie possano soffrire meno e possano trovare, prima o poi, la propria strada.
Una mamma adottiva, innamorata dei suoi figli
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