Malgrado il lockdown imposto dal Covid le famiglie adottive e affidatarie de La Pietra Scartata non hanno sospeso il proprio cammino di riflessione
Malgrado il lockdown imposto dal Covid-19, le relative disposizioni sanitarie e le doverose precauzioni igieniche e sociali, le famiglie adottive e affidatarie del movimento Ai.Bi. Amici dei Bambini e dell’associazione La Pietra Scartata, non hanno sospeso il proprio cammino di riflessione e di confronto. Prima ancora che la pandemia esplodesse, i due organismi avevano individuato il tema su cui concentrare la propria attenzione nel corso del 2020 per confermare e articolare sempre meglio la creatività e la bellezza del linguaggio plurale dell’accoglienza, senza trasformarlo in una Babele di possibili discriminazioni, ambigui privilegi o presunti diritti. Osservando i percorsi di accoglienza sono emersi, nel tempo e nella prassi, alcuni tratti non sempre coerenti – talvolta persino ambigui o contraddittori – di talune prospettive e iniziative tra quelle ideate e indirizzate a proteggere e tutelare i bambini (abbandonati o in difficoltà familiare) o destinate a promuovere e sollecitare per loro una specifica attenzione.
Questo è verosimilmente accaduto per diversi motivi e svariate ragioni: così, ad esempio, nell’ambito dell’adozione internazionale alcuni decreti di idoneità hanno da tempo inaugurato la cosiddetta prassi dei ‘decreti di razza’, introducendo categorie non solo estranee alle leggi e alle convenzioni, ma capaci di modellare il profilo dell’accoglienza trasformandolo in prassi selettiva, inventando minori adottabili ‘non oltre i due anni di età’, ‘senza traumi psicologici’, ‘non di colore’, ‘di razza europea’… Oppure, il valido ricorso alla raccolta di tutte le informazioni disponibili relative ai bambini in stato di abbandono o in difficoltà familiare, in grado di descrivere al meglio e per quanto possibile la storia e le condizioni psicofisiche di un bambino, ha reso il cosiddetto ‘dossier’ un elemento fondamentale nel percorso di accoglienza; al contempo, appare sempre più problematico il rilievo che spesso viene attribuito ad un singolo referto, ad una scheda o ad una narrazione che è in grado di oscurare o far trascurare ciò che di più importante riporta un qualsiasi dossier: il nome.
Infatti, insieme e prima di ogni considerazione o informazione, più o meno ben raccolta o documentata, non si dovrebbe mai distogliere lo sguardo da quel ‘nome’ che identifica e indica una persona e la sua dignità filiale prima di ogni altra sua caratteristica o particolare condizione di vita. Eppure dietro ad un referto o una relazione, il nome pare svanire e perdere di rilevanza; anche una sola delle tante diagnosi è in grado di far distogliere lo sguardo da quel nome e l’accoglienza si trasforma in una burocratica e mediocre ricerca tra dossier più o meno compatibili con chi da ‘atteso’ diventa ‘cercato e selezionato’ più che ‘accolto’.
Accade così che un’acerba, insicura o fragile disponibilità all’accoglienza sia ‘istruita’ dal dossier quasi in contrasto con lo scopo per cui era stato pensato e predisposto. Leggi, decreti, elenchi, dossier, strumenti pensati e prassi elaborate per accompagnare l’accoglienza che si trasformano in suoi ostacoli o in elementi di disorientamento. Il percorso che i due organismi si sono proposti di affrontare nel 2020 intende, quindi, raccogliere questa particolare sfida, nel tentativo di individuare i ‘cortocircuiti’ dell’accoglienza per poterli prevenire, superare o per limitarne l’impatto evitando la distorsione che dell’accoglienza viene a prodursi.
Il primo e già attiato passo di tale percorso vede coinvolti distinti livelli dell’articolata realtà del movimento e dell’associazione; sia i gruppi familiari locali (dalla Puglia al Piemonte, dal Friuli Venezia Giulia alla Campania) coi diversi componenti delle famiglie adottive e affidatarie (figli, genitori, parenti, …), sia i professionisti e i collaboratori coinvolti nei percorsi di accoglienza, hanno avviato positivamente una ricognizione ed una esplorazione con l’obiettivo di tratteggiare al meglio il panorama dei ‘cortocircuiti’, raccogliendo una prima mappatura e recensione delle distorsioni (situazioni, occasioni, dinamiche, procedure, prassi, atteggiamenti, etc. …) ‘in’ o ‘attraverso cui’, sia avvenuto il ‘cortocircuito’ (norme, strumenti e prassi che anziché accompagnare e sostenere l’accoglienza si trasformano in suoi ostacoli o in elementi di disorientamento) o si sia poco per volta strutturato e attestato diventando ‘norma’.
Ogni componente delle decine di famiglie coinvolte, così come ogni professionista o collaboratore, ripensando alla propria esperienza, è invitato a ricordare e descrivere quando e come sia capitato di essere stati in qualche modo sequestrati dall’iter, dal documento, dal ‘sistema dossier’, dalle proprie attese a tal punto da smarrire o perdere di vista il soggetto, il suo nome (il minore abbandonato o in difficoltà familiare cui era destinata la propria disponibilità ad accogliere, le proprie competenze, …) e il senso autentico della sua accoglienza.
Svolta tale ricerca, sarà organizzato, anche in modo inedito, un ampio confronto per condividerla e completarla prima di avviare l’elaborazione di possibili azioni di ripristino (reset post cortocircuito) e sostenibili interventi di prevenzione: iniziative ed azioni che potranno essere poi meglio elaborate e perfezionate con l’esito atteso di rendere praticabile l’avvio di fasi di sperimentazione, anche progressive, sia in termini di ‘ripristino’ che di ‘prevenzione’ in ambito familiare, associativo, culturale e istituzionale.
Gianmario Fogliazza
Centro Studi La Pietra Scartata
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