L’attore e regista Pif ha ricevuto a Venezia il premio Famiglia Cristiana per il suo ultimo film “… che Dio perdona a tutti” dal direttore del settimanale don Stefano Stimamiglio e dal presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo mons. Davide Milani.
Alla Mostra del cinema di Venezia – come ricorda il sito web di Famiglia Cristiana -, durante la cerimonia di premiazione, è stata confermata l’indiscrezione secondo cui Papa Leone XIV abbia suggerito nel corso di un’udienza dedicata ai docenti di religione cattolica, di far vedere ai giovani il film dell’attore e regista Pif, un lungometraggio tratto dal testo in cui l’autore evidenzia quegli elementi che non sopporta di alcuni credenti i quali si professano tali secondo un certo opportunismo e con palesi contraddizioni. Durante l’intervista rilasciata nel corso dell’evento, Pif ha colto l’occasione per riflettere sul suo lavoro e sulla sua fede.
Il perdono è meraviglioso
Il titolo avrebbe dovuto richiamare un diffuso modo di dire siciliano – “Futti futti, ca Dio perdona a tutti” – poiché, come ha spiegato l’attore, «della religione cristiana ci piace tantissimo il perdono che è una cosa meravigliosa», tuttavia ha sottolineato Pif, «senza pentimento che senso ha?». Con un simile titolo il libro non sarebbe forse stato diffuso nelle librerie religiose senza qualche perplessità e così è stato aggiustato tanto da consentire al testo di giungere nelle mani di papa Francesco che ha poi voluto incontrare personalmente Pif in udienza.
La fede non è superstizione e neppure un privilegio
Tra gli elementi su cui Pif concentra le proprie considerazioni troviamo la confusione tra fede e superstizione. «Durante Italia-Corea del Sud ai Mondiali di calcio del 2002, – ricorda Pif – l’allenatore Giovanni Trapattoni prese una fiala di acqua benedetta, credo datagli dalla sorella suora, e la sparse sulla panchina. Cosa sperava di ottenere? E poi non sopporto la fede come status symbol, come fa il notaio del mio film che ogni anno, quando c’è da organizzare la via Crucis, fa di tutto pur di interpretare Gesù».
Dalla fede solo per tradizione alla fede accolta con convinzione
Per la stesura del testo Pif ha fatto ricorso alla propria storia personale: «sono partito dalla mia storia. Sono nato nel 1972 a Palermo e in quelle condizioni era normale ricevere un’educazione cristiana, senza farsi troppe domande. Ma verso i 25 anni ho capito, appunto, che ero cristiano più per educazione che per fede e allora, non avendo il coraggio di definirmi ateo, sono passato al “gruppo misto” degli agnostici e da allora, paradossalmente, Dio è molto più presente nella mia vita: mi faccio più domande rispetto a quando ero cristiano perché “dovevo” essere cristiano. Di una cosa sono convinto: la fede deve basarsi sul dubbio, persino Gesù in croce ne ha avuti. Vengo da una generazione in cui il prete diceva una cosa e tu non la potevi contestare. A me invece sarebbe piaciuto poter dire al prete: questa cosa non la capisco, ho qualche dubbio. Per questo mi piaceva tantissimo papa Francesco. Una volta disse una cosa che mi colpì moltissimo: “Quando vedo un bambino soffrire mi chiedo dov’è Dio”. Eccolo il dubbio. Quindi, quando poi abbiamo scritto il film, in cui il protagonista si confronta direttamente con papa Francesco, più che i Vangeli abbiamo studiato molto i suoi discorsi per cercare di renderlo il più credibile possibile».
La radicalità del Vangelo e i rischi dell’estremismo e del fanatismo
Il personaggio che viene interpretato da Pif nel film, Arturo, a un certo punto decide di vivere in maniera letterale il Vangelo diventando intransigente e rischiando di perdere il lavoro, gli amici, l’amore, … tutto. Pif, infatti, riflette anche sulla fede che resta esposta al rischio di essere confusa col fanatismo: «Posso dire che, se dovessi tornare cristiano, penso che mi comporterei proprio come lui, con il suo estremismo. San Francesco è amato anche dai laici, ma passarci un weekend insieme doveva essere impossibile. Però sono quelli come lui che cambiano le cose. C’è sempre uno che va avanti, rompe le scatole a tutti, dà fastidio, però è quella miccia che ti dà la scossa. Molti credenti mettono i Santi sull’altarino e li lasciano lì come dei modelli irraggiungibili. Lo stesso si fa con “santi laici” come Falcone e Borsellino. Finché li lasci su un piedistallo sono innocui. Se invece li porti al tuo livello questo ti mette in crisi perché capisci che quello che hanno fatto loro, come quello che ha fatto san Francesco, lo puoi fare pure tu».
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