La famiglia affidataria deve essere pronta a farsi carico di questa necessità, di questo desiderio, di questo voler essere figlio…

Dopo il nostro matrimonio abbiamo avuto due bambine, che adesso hanno rispettivamente 19 e 12 anni. Ci siamo da sempre considerati una famiglia normale, abbastanza tranquilla e felice, in una sola parola, unita. Una famiglia con la passione per i viaggi e per la montagna. Una famiglia che un’estate decide di partecipare, per pura curiosità, ad un seminario estivo sull’adozione internazionale e sul Sostegno a Distanza: è probabilmente questa la nostra vera data di nascita come famiglia.
Fino a quel momento, infatti, avevamo totalmente ignorato una grande e per nulla lontana realtà, quale l’esistenza di bambini abbandonati, di bambini in istituto.
Ci siamo resi conto, sia noi che le nostre figlie, di come la nostra vita, possedeva, in verità, un vuoto incredibile, costituito proprio dalla non consapevolezza di quella realtà così colma di sofferenza, ma anche così ricca e piena di gioia. Abbiamo ascoltato, con interesse e forte coinvolgimento, le storie che ci venivano raccontate dai nuovi amici che incontravamo per la prima volta.
Straordinariamente abbiamo capito direttamente il significato di accoglienza, perché noi stessi, gli ultimi arrivati, siamo stati accolti, e ci siamo sentiti subito come parte di un’unica grande famiglia: la famiglia di Amici dei Bambini. E ce ne siamo innamorati.
Rientrando a casa, abbiamo sentito il bisogno di dover raccontare ai nostri amici l’esperienza vissuta. Anche le nostre figlie, respirando la nostra stessa aria, lo stesso profumo di accoglienza, non potevano fare a meno di raccontare e descrivere a tutti i nuovi amici incontrati, le esperienze provate. Ma tutto questo non ci bastava. Non bastava organizzare incontri e seminari per diffondere la cultura della solidarietà e del sostegno a distanza. Abbiamo maturato la convinzione che la nostra famiglia aveva il dovere, la responsabilità e le potenzialità per agire.
Non riuscivamo più ad accettare che ragazzi della stessa età o più piccoli delle nostre figlie, piuttosto che correre, giocare spensierati, essere accarezzati, abbracciati, stare a tavola con i propri genitori, fossero costretti a trascorrere il loro tempo in istituti, dove la loro attesa, la loro rabbia, la loro impotenza si traduce in comportamenti reiterativi, automatici, spesso nocivi, e dove la fantasia e l’ingenuità dell’infanzia lascia il posto all’apatia, alla svogliatezza, che trapela dai loro freddi sguardi spenti.
Abbiamo deciso, così, di incontrare personalmente la realtà dell’istituto e della comunità.
Nel giugno dell’anno successivo ci viene chiesto di accogliere un ragazzino di 12 anni, che sarebbe stato con noi per i fine settimana.
Mattia aveva con sé un difficile vissuto alle spalle, fatto di frustrazioni, violenze e abbandono.
Era stato tolto, sei mesi prima di arrivare nella nostra famiglia, alla mamma ed al convivente di questa, ed era stato portato in istituto.
Notavamo che, nei giorni di permanenza in casa nostra, i suoi occhi diventavano vivaci, gioiosi. Ma già la domenica pomeriggio, in prossimità del rientro in istituto, tornavano nuovamente spenti.
Nel momento in cui lo salutavamo mentre il cancello dell’istituto si chiudeva alle nostre spalle, sentivamo il nostro cuore lacerarsi, e immaginavamo Mattia nuovamente nel limbo dove doveva rimanere, perché così era stato stabilito, fino al sabato successivo, quando saremmo andati a riprenderlo per tenerlo ancora con noi.
Alla fine, dopo due mesi, con molta gioia e molta paura insieme, abbiamo deciso di rivedere tutta la realtà della nostra famiglia e della nostra casa; abbiamo deciso di aprirla per fare entrare Mattia a tempo pieno.
Il giudice tutelare del Tribunale dei minorenni aveva acconsentito ad un affido residenziale finché non si sarebbe trovata una famiglia pronta ad adottarlo.
Dall’istituto alla famiglia
Ci siamo accorti subito che Mattia possedeva molte potenzialità, che dovevano essere canalizzate nel giusto modo, e che finora erano state sfruttate unicamente per “sopravvivere”: dodici anni senza una guida, un consiglio, un supporto, trascorsi per strada, gli avevano insegnato non ad avere fiducia, ma a “difendersi” dagli adulti, dalle difficoltà che quotidianamente gli si presentavano, abituandolo a “trasformare” il suo carattere per raggiungere personali obiettivi, adattandolo alle varie circostanze.
All’interno della nostra famiglia non aveva più bisogno di difendersi, ma questo concetto era invece una realtà che doveva conoscere e capire pian piano. All’inizio, infatti, non esitava a metterci l’uno contro l’altro, a creare malintesi e contraddizioni solo per i suoi interessi; per questo è stato di fondamentale importanza parlare in maniera chiara e decisa, mettere in piedi le giuste contromosse, per fargli capire che noi avevamo fiducia in lui e da lui pretendevamo solo fiducia e un comportamento onesto.
Non è stato facile far accettare le regole di un corretto comportamento, fargli capire che in una famiglia ognuno ha un ruolo e deve vivere e muoversi nel rispetto degli altri.
«Non esisto solo io, ma esistono anche gli altri ed io devo rispettarli; se voglio il mio spazio e che le mie esigenze siano riconosciute, devo riconoscere anche quelle degli altri e confrontarmi con loro». È un modo di vivere che è stato da sempre insegnato alle nostre figlie, ma che è stato davvero difficile far comprendere a Mattia, che possedeva già le sue abitudini e i suoi modi di fare, appresi nella strada.
La decisione di accettare una famiglia, piuttosto che rimanere in istituto era sembrata, per Mattia, la soluzione di tutti i suoi problemi; una soluzione che però ha visto principalmente vincolata la sua estrema “libertà”. In istituto, dopotutto, poteva fare ciò che desiderava: giocare, guardare la TV tutto il giorno, mangiare quello che gli piaceva, non studiare affatto. In famiglia è diverso: nessuno di noi lascerebbe i propri figli allo sbando, liberi di fare ciò che vogliono, senza controllo.
Avendo noi due figlie, Mattia poteva imparare da loro e confrontarsi con loro, dal semplice giocare alle cose più importanti. Abbiamo sempre cercato di evitare la nascita di varie gelosie, tra loro tre. Il primo anno che Mattia è stato con noi è stato abbastanza duro anche per le nostre figlie: se prima noi genitori eravamo completamente a disposizione per loro, adesso chiedevamo loro anche un po’ di pazienza, perché con Mattia c’è stato davvero bisogno di cominciare tutto dall’inizio!
Quando è arrivato in casa nostra, quasi non sapeva né leggere né scrivere ed è stato impegno di tutti aiutarlo ad arrivare ad un livello scolastico idoneo alla sua età, non senza sforzi e sacrificio di tempo libero. Mattia aveva già la piena coscienza che noi non saremmo stati la sua famiglia definitiva, per quanto gli avevano riferito sia l’assistente sociale dell’istituto, sia il giudice; noi abbiamo lavorato per fargli capire fino in fondo la differenza tra affido e adozione.
Lo abbiamo accompagnato a rielaborare i suoi vissuti, a perdonare, a placare la sua rabbia.
Mattia ha ripercorso le tappe della sua infanzia con la nostra piccola Valentina giocando e litigando con lei, facendosi coccolare come lei, e viveva, contemporaneamente, la sua adolescenza con la nostra figlia grande Danila crescendo e chiacchierando con lei, confessandole i suoi dubbi e le sue perplessità.
Mattia ha recuperato, grazie alle sue potenzialità, tutto il disagio scolastico come in una scommessa con se stesso, perché doveva dimostrarci che anche lui era in grado di prendere buoni voti. Sapeva gestire i suoi sentimenti molto meglio di noi adulti e sapeva come catturare la nostra attenzione coinvolgendoci emotivamente sempre in maniera molto intensa. I suoi atteggiamenti camaleontici, a volte, ci disorientavano, ci facevano arrabbiare, ci scoraggiavano.
Nel frattempo, tuttavia, assorbiva la nostra vita, il nostro modo d’essere e li faceva suoi. Voleva, adesso, uno spazio nel nostro cuore tutto per lui e con molto egoismo era disposto a far saltare i nostri equilibri affettivi.
Quando abbiamo capito che la sua non era cattiveria, ma bisogno d’amore grandissimo che potesse colmare tutto il vuoto che aveva nel suo cuore, abbiamo compreso che era “pronto”, che aveva capito cosa significasse Amore con la A maiuscola, voleva e pretendeva quest’amore per lui; voleva una sua famiglia, un papà e una mamma che lo accogliessero così come lui era, con tutto il suo vissuto ma anche con tutto quello che era in grado di dare.
Il bisogno di una famiglia “propria”
La situazione emotiva di Mattia è precipitata dopo due anni e mezzo di permanenza a casa nostra, a Natale. Una sera ci chiese di poter parlare con noi in privato. Avevamo capito che doveva dire una cosa importante. Non avevamai chiesto attenzione con tanta decisione!
«Voglio sapere se siete voi a non volere che io abbia una mia famiglia o se veramente nessuno mi sta cercando. Il giudice mi aveva promesso che a breve si sarebbe fatto sentire e invece sono passati quasi tre anni». Forse un pugno nello stomaco ci avrebbe determinato meno sorpresa.
Abbiamo riordinato le idee ed abbiamo chiesto il perché di tale domanda, se dietro c’era forse un momento di stanchezza nella permanenza a casa nostra o se, ancora, era successo qualcosa con Danila e Valentina.
La sua risposta è stata ancora più determinata: aveva maturato la necessità di una famiglia propria. A questo punto abbiamo preso l’impegno di contattare l’assistente sociale perché prendesse un appuntamento al Tribunale per i minorenni: infatti nel tempo trascorso da Mattia a casa nostra, né l’assistente sociale né il Tribunale si sono mai fatti sentire.
La sistemazione di Mattia a casa nostra aveva, probabilmente, “liberato” le coscienze di chi avrebbe dovuto preoccuparsi di costruire un percorso educativo che poi si concretizzasse con l’adozione.
L’appuntamento con il Tribunale per i minorenni ci è stato dato dopo un paio di mesi. Arrivati sul posto, c’è stato detto che non potevamo essere ricevuti perché quel giorno, nonostante ci fossero stati imposti sia data che orario, non era possibile concederci spazio. A quel punto abbiamo provato ad alzare la voce finché siamo stati ricevuti da un altro giudice. Siamo stati ascoltati separatamente, prima Mattia e poi noi. Abbiamo trovato questo giudice sensibile al problema, la cui risoluzione però non dipendeva esclusivamente da lui.
Nel frattempo, nella stessa stanza in cui ci trovavamo, entrava la giudice con la quale avevamo l’appuntamento e, con un certo fastidio, ci informava della necessità di sistemare ben quaranta bambini in attesa, prima di Mattia. A quel punto, con molta decisione, abbiamo dato due settimane di tempo affinché si trovasse una famiglia pronta ad accogliere un figlio di quasi 15 anni. A distanza di cinque giorni, abbiamo ricevuto una telefonata dal Tribunale per i minorenni che ci convocava per il lunedì successivo, solo noi senza Mattia. Arrivati in Tribunale, c’è stata presentata una coppia che era lì perché aveva dato la propria disponibilità. Il giorno dopo, quelli che sarebbero diventati i genitori di Mattia erano a pranzo a casa nostra: forse un po’ di imbarazzo, ma niente di più. Si erano appena conosciuti, ma sicuramente il sogno si era realizzato: il sogno di una coppia di diventare famiglia ed il sogno di un ragazzino di poter essere nuovamente figlio.
Avevamo lottato per Mattia e con Mattia perché si realizzasse questo suo desiderio, questo suo diritto d’essere figlio.
E non crediamo alla fortuna, piuttosto al disegno di Dio per lui e per la sua nuova famiglia. Tante coincidenze positive? Non lo sapremo mai, ma Mattia ha incontrato i suoi “genitori” che vedevano finalmente coronato il loro sogno: si sentivano spenti e sterili e Mattia li aveva riportati alla vita, alla gioia.
L’unica paura che ci hanno espresso era questa: «Sapremo fare i genitori di un bambino già grande? Con molta certezza abbiamo risposto che Mattia sapeva bene cosa voleva e li avrebbe guidati lui a diventare genitori restituendogli quel diritto tante volte negato dai tribunali, d’essere genitori».
Oggi Mattia è felicemente integrato nella sua nuova famiglia; frequenta la scuola che desiderava con ottimi risultati, pratica sport, fa gare di ballo.
L’affido sine die, precarietà infinita perché mantiene nell’incertezza, condanna a non avere progetti, sogni, a costruirsi un futuro, a non essere figlio, nel nostro caso, si concludeva nel migliore dei modi. Ecco quindi che, la famiglia affidataria consapevole, preparata, deve intervenire accompagnando queste domande che il ragazzo ti pone senza menzogne e senza illusioni, tranquillizzandolo, dandogli serenità e, comunque, la certezza di rimanere sempre il suo riferimento, se lui lo vorrà, anche dopo il compimento dei 18 anni. Ma la famiglia affidataria non deve essere abbandonata dalle istituzioni, che devono costruire progetti che accompagnino il minore nel tempo. Deve essere pronta a farsi carico di questa necessità, di questo desiderio, di questo voler essere figlio. E, pertanto, in prima persona, ma anche e soprattutto con l’aiuto delle associazioni di affido famigliare, costruendo una rete di famiglie che possa supportarla nei momenti di difficoltà, deve lottare affinché la burocrazia (Servizi sociali, Tribunale per i minorenni) si adoperi per la realizzazione di questo diritto.
Oggi la nostra famiglia è impegnata in maniera sempre più decisa perché si possano realizzare tante altre belle “favole” come quella che abbiamo vissuto noi.
Sara e Luca
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