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Storie di accoglienza. “Quando trovi davanti a te un figlio che non ti aspetti!”

La “formazione” dell’associazione, basata sulla prospettazione di un bimbo più grandicello, ci aveva distratto dalla preparazione alla gestione di un bimbo così piccolo. Le telefonate intercontinentali per le istruzioni d’uso

Un viaggio di otto ore per tornare a casa, senza scambiarci una parola. Avevamo partecipato al corso di formazione  al quale ci eravamo presentati con grande supponenza: non accettavamo che qualcuno ci insegnasse a essere genitori, visto che avevamo già il decreto di idoneità all’adozione.

Ci eravamo conosciuti negli scout, lavoravamo con i “lupetti”. Un sottile filo legava i nostri interessi: l’amore per i bambini.

Eppure, il corso aveva rivelato che eravamo impreparati ad accogliere quel bambino che sarebbe arrivato. Stavamo maturando il destino della nostra famiglia.

Dio dove sei? Perché proprio a noi?

Dal giorno festoso del matrimonio, i mesi passavano: i medici non davano spiegazione di una sterilità ormai conclamata. Poi una gravidanza, la vita si era annidata “nella tuba”. L’intervento d’urgenza, la speranza che si annulla, il buio pesto di un vortice ci stava avviluppando. Dio, dove sei? Perché proprio a noi? E ora, eravamo veramente pronti? Dovevamo metterci in gioco, rielaborare la nostra idea di paternità e maternità adottiva. Le prove sembravano superare le nostre forze. Eppure, una “Mano” ci ha sempre accompagnato, guidandoci in un mare tempestoso verso “lidi” assolutamente imprevisti quanto fecondi.

La mano di Dio e della Provvidenza ci ha sempre guidato

Ricordiamo benissimo il momento dell’affidamento al Signore: affidiamoci a Lui, alla Provvidenza. Così partimmo decisi e convinti per questa nuova esperienza.

Il tempo di attesa fu lungo, con un’attenzione speciale al telefono in attesa della chiamata; una volta effettivamente ne arrivò una da Amici dei Bambini: si trattava di una richiesta di disponibilità per due fratelli; ipotesi possibile, ma non contemplata; ci consultammo, confermammo la nostra disponibilità, pur nella consapevolezza che l’abbinamento poteva non essere indirizzato verso la nostra casa. E così fu. L’attesa continuava, in alternanza di sussulti e depressioni.

Eravamo fuori casa quando una telefonata ci raggiunse (erano passati nove mesi di gravidanza di cuore dalla consegna della documentazione): «C’è un bimbo molto piccolo (solo pochi giorni di vita) che vi aspetta, non avete molto tempo per partire».

La gioia, una grande incommensurabile gioia, ci impedì di razionalizzare compiutamente l’organizzazione della partenza: valigie preparate senza un valido criterio di abbinamento dei nostri abiti, procedure rimediate all’ultimo momento e così via. La paura dell’aereo dimenticata.

Un lungo volo, l’arrivo a San Paolo, il fuso orario che accresceva la confusione: al nostro orologio biologico era notte (le 2 di mattina), ma lì erano “solo” le 7 del pomeriggio. Andammo senza perdere tempo da nostro figlio: era lì tranquillo.

Eccoci, finalmente davanti a nostro figlio!

Una gran confusione: avevamo di fronte a noi nostro figlio: così piccolo ed inerme, quasi la paura di toccarlo, di disturbarlo da quel sonno che lo stava accompagnando. Fu lui a riportarci alla realtà: aveva fame, prendi il biberon. La mamma di Miriam (che aveva in custodia provvisoria il bimbo in attesa del nostro arrivo) ce lo porse in braccio: prima alla mamma. La “formazione” dell’associazione, basata sulla prospettazione di un bimbo più grandicello, ci aveva distratto dalla preparazione alla gestione di un bimbo così piccolo. Le telefonate intercontinentali per le istruzioni d’uso.

È nata una nuova famiglia…

Era nata la nuova famiglia. Pochi giorni di permanenza in Brasile e la ripartenza. Un legame forte, intenso, con il bambino che cresceva con le amorevoli cure della mamma. Il tempo passava felicemente e velocemente: realizzammo che la nostra famiglia non era completa. Dopo poco più di due anni giacevano i documenti presso il locale Tribunale per una nuova idoneità.

I nostri documenti in Perù, una nuova quanto attesa chiamata: un bambino di un anno ci aspettava, solo appena delineato da una foto trasmessa ed una descrizione somatica (si indicavano tratti “negritos”) collegata ad una scarna anamnesi del bambino istituzionalizzato da sempre. Si era rialimentato un profondo sentimento di gioia, stavolta meglio governato, con maggiore senso di responsabilità e conoscenza, finanche nell’organizzazione del viaggio, accompagnati, stavolta, dal nostro primo figlio di 3 anni e mezzo.

Un approccio graduale con nostro figlio; il tempo trascorso in istituto e la sua giovanissima età avevano determinato un fortissimo legame con la titolare della gestione dell’istituto, figura costantemente presente, alimentata da una non comune dedizione e professionalità. Questa circostanza non favoriva un distacco improvviso dalla sua realtà. Cinque giorni per uscire dall’istituto e per evitare uno strappo violento e doloroso.

Lento e diffidente l’inserimento nella nuova famiglia, favorito dal fratello maggiore che alternava gelosia a complicità con i genitori nel processo di accoglienza e definizione del nuovo nucleo famigliare…

Si conclude qui, ma solo temporaneamente, la descrizione di uno spaccato famigliare che certamente non ha esaurito la sua mission nel vasto, quanto incognito, panorama dell’Accoglienza e che, congiuntamente a tutte le componenti attive, sta ponendo in essere una progettualità sicuramente già scritta, ma ancora tutta da decrittare …

Cosa dicono i figli dell’abbandono?

Il secondo, con grande naturalezza ed apparente serenità, alla domanda: «Perché sei stato abbandonato?», risponde: «Perché non mi poteva tenere!». In tal modo egli inserisce, almeno secondo quanto appare dall’attuale dichiarazione, la persona che l’ha generata nel progetto “salvifico” della sua famiglia, liberandola da qualsiasi giudizio negativo.

Dov’è Dio nella descrizione?

A ben vedere Egli è sempre presente, talora solo in nuce, ma in un continuum indistinguibile nella nostra storia famigliare, tanto da costituirne un tutt’uno. Egli era ed è lì, con noi!

Anche quando non ne avvertivamo la presenza, Egli c’era e ci ha guidati, profondendo, con abbondanza traboccante, la grazia di doni ricchi di unicità (la nostra coniugalità, la nostra genitorialità e, per i nostri figli, l’accoglienza di un papà ed una mamma).

Pensieri e riflessioni di Patrizia e Luca

 

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