Io mi sento madre/padre dei miei figli in maniera identica a chi li ha generati naturalmente. Siamo consapevoli che i nostri figli sono adottati, ma nel cuore non cambia nulla: non potremmo sentirli più figli di quello che sono

È assolutamente inevitabile che nella misura in cui si è innamorati dell’altro, si pensi ad un terzo (il figlio) che possa incarnare e quindi rendere visibile l’amore che unisce i due.
Credo che l’attesa di un figlio, il desiderio di maternità/paternità sia una conseguenza logica dell’amore che unisce la coppia.
Il sogno di un figlio era presente fin dall’inizio del nostro cammino: la sua nascita avrebbe dovuto essere la concretizzazione dell’amore che ci univa.
Tra speranza ed illusione c’è poi stata la presa di coscienza di una realtà che non era stata contemplata: l’impossibilità di divenire genitori naturali. La delusione ha preso il sopravvento sull’iniziale incredulità. La delusione derivava dalla consapevolezza di non poter generare un figlio che avesse le sembianze sue, che somigliasse a lui/lei. Poi c’è stata la rassegnazione nell’accettazione della realtà, ma anche la volontà di modificare la situazione di sterilità in cui ci trovavamo.
Un figlio adottato, non nato da noi, costituiva comunque la piena realizzazione di maternità/paternità anche se questa si sarebbe concretizzata in modo diverso.
Essere genitori di un figlio non generato da noi è diverso fisiologicamente, non emotivamente.
Io mi sento madre/padre dei miei figli in maniera identica a chi li ha generati naturalmente. Siamo consapevoli che i nostri figli sono adottati, ma nel cuore non cambia nulla: non potremmo sentirli più figli di quello che sono, non potremmo amarli di più perché l’amore nei loro confronti non è diverso dall’averli procreati. Noi ci siamo sentiti e ci sentiamo genitori a tutti gli effetti dei nostri figli.
Abbiamo atteso, sofferto, esultato per le sconfitte, le vittorie, le delusioni di ciascuno di loro. Abbiamo discusso e litigato per il ruolo educativo che ciascuno di noi doveva assumere.
I nostri figli sono figli a tutti gli effetti. Non sono mai stati considerati in modo diverso.
L’abbandono con cui è iniziata la loro storia non ha lasciato grandi strascichi, forse qualche tratto di insicurezza nei confronti degli estranei o di eventi di massa. L’abbandono non li ha segnati particolarmente: solo Cristina, la più grande, ricorda un senso di smarrimento ed insicurezza come caratteristiche della sua vita trascorsa in istituto fino all’età di quasi 4 anni. Per il resto non ricorda nulla, solo fisicamente l’istituto in cui si trovava fatto di grandi corridoi con vetrate, poi più nulla.
Daniela e Filippo non hanno e non possono avere ricordi, dato che la loro adozione è avvenuta ad un mese di vita.
Il primo incontro
I ricordi relativi al primo incontro sono comunque stampati nelle nostre menti: in ogni caso l’agitazione, l’ansia, lo stupore di essere genitori di figli così belli, così speciali, così unici.
Il fatto che Cristina fosse “già” grande (aveva quasi 4 anni) e noi giovincelli (29 e 31 anni) “sognavamo” un infante così come si può sognare in una favola non ha modificato di un millimetro la nostra accoglienza: era lei, lei che aspettavamo così piccola quando l’abbiamo vista.
Per Daniela e Filippo le aspettative erano esattamente opposte: pensavamo a bambini più cresciuti, grandicelli, dato che anche noi eravamo cresciuti e Cristina era ormai “grande” (6 anni rispetto a Daniela e 10 anni rispetto a Filippo).
Le aspettative erano diverse per ciascuno dei tre, ma un figlio è sempre un dono e come tale andava accolto ed amato.
Quando sono nati nel mio cuore: un ricordo per tre anniversari di felicità:
– Cristina: una notte di gravidanza con un asettico certificato medico fra le mani; più lo leggevi e più perdeva di importanza di fronte alla gran voglia di abbracciarti; fino a quando quella altissima porta si è aperta e tu sei apparsa … da sempre sei rimasta con me.
– Daniela: l’annuncio della tua nascita è stato così improvviso e inaspettato come le cose che ancora oggi fai. La corsa in macchina e tu, là, già più bella di tutte, urlavi la tua felicità: di forza e di prepotenza sei entrata fra noi.
– Filippo: ti ho fatto, sì Filippo, ti ho fatto io. Ho sentito nella carne, nelle viscere il dolore del parto. Sei uscito dal cuore con tanto troppo male: i giorni e le notti, attaccato a quel vetro, seguivo, disperato, i sussulti del tuo respiro. Lì tempo dopo tempo, mi sei nato.
E i genitori biologici?
Questo non è mai stato un problema, perché nessuno di noi ha mai pensato chi avrebbero potuto essere o quali influenze avrebbero potuto avere sui nostri figli. C’erano, avevano deciso, al di là di tutto, di mettere al mondo questi bambini, avevano dato loro la vita.
Punto. Li hanno anche abbandonati per motivi che rimarranno sconosciuti o forse li hanno “donati” – questo resterà per sempre un mistero.
I nostri figli non hanno mai chiesto di loro, non hanno mai desiderato conoscere le “origini”, solo Filippo (diciannovenne) ha espresso un timido desiderio di poterli conoscere per curiosità: «Li vorrei solo salutare, ma non ci penso minimamente a muovermi da qui». Cristina e Daniela (28 e 22 anni) non sono minimamente interessate.
I problemi e le difficoltà che si sono presentati durante l’arco della loro vita, sono stati affrontati, discussi insieme ora più che mai visto che sono tre adulti.
Siamo una famiglia in cui si parla molto, dove le domande trovano risposte, magari diverse, da parte di tutti. Non esistono “scheletri nell’armadio” non ci sono zone d’ombra.
I nostri figli sono solari ed esplosivi. Sono i miei figli e come tali voglio loro un mondo di bene, sono innamorata di loro, con i pregi e i difetti che hanno.
Sono la gioia più grande della mia vita; la mia consolazione, la mia forza, il mio … futuro. Ancora oggi: ogni volta che uno di loro tre mi chiama “papà” un brivido mi prende e riscopro, intensa, come se fosse la prima volta, l’immensa felicità di essere il loro padre.
Le nostre giornate, da genitori, sono state scandite dalla loro presenza. Non potrei mai pensare alla mia vita senza la loro presenza. Sono i miei figli: non mi apparterranno ma sono parte di me. La nostra famiglia è una “bella” famiglia.
Abbiamo passato dieci giorni in montagna tutti insieme, anche con il ragazzo di Daniela, a lavorare divertendoci per rendere più accogliente la nostra casa. È stato bello, è stata una vera vacanza perché eravamo tutti insieme.
Il senso di appartenenza in queste occasioni è molto forte. Noi genitori saremmo stati diversi senza di loro, non ci saremmo sentiti così completi.
Pensieri e riflessioni di Laura e Giorgio
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