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Davide Pezzoni: abbandono- accoglienza alla luce della Bibbia (1)

Pezzoni illustra quanto la Bibbia ci rivela sulle realtà umane dell’accoglienza e dell’abbandono, lasciandoci provocare dalla realtà esistenziale, dai volti di quanti hanno diritto ad avere una famiglia e ne sono stati in qualche modo privati

Tra i testi raccolti nel fascicolo n. 1 della rivista “Lemà sabactàni?” troviamo il contributo del biblista Davide Pezzoni (abbandono-accoglienza alla luce della Bibbia) il quale avvia il proprio contributo chiedendosi come la riflessione sulla Parola di Dio riesca a rintracciare nella Sacra Scrittura quelle linee di fondo che danno al cristiano il senso di ciò che vive, tracciando un percorso che porta alla realizzazione di ciò che Dio al principio riconobbe come “cosa buona”.

Consapevole della varietà dei metodi e degli approcci nella riflessione sulla Bibbia, Pezzoni illustra quanto la Bibbia ci rivela sulle realtà umane dell’accoglienza e dell’abbandono, lasciandoci provocare dalla realtà esistenziale, dai volti di quanti hanno diritto ad avere una famiglia e ne sono stati in qualche modo privati.

Proprio per il contatto con tali realtà, la Scrittura non può che aiutarci a leggerne le profondità e viverne il senso autentico, mentre ci offre la storia dei figli e fratelli Isacco e Ismaele con le dinamiche dell’accoglienza e dell’abbandono, vicende lette e comprese col contributo della teologia biblica.

Questo il programma in cui si articola la pubblicazione on line, in 6 tappe, del contributo di Davide Pezzoni:

  1. Piccoli passi per accedere alla sacra Scrittura: il servizio della teologia biblica
  2. Una Teologia o tante teologie?
  3. Da dove partire? Dall’inizio …
  4. Una Parola del Signore è rivolta ad Abram, ma …
  5. Il cammino cui sono chiamati Sarai e Abram
  6. La vicenda di Agar e Ismaele

Per una completa ed organica lettura del contributo di Davide Pezzoni, ricalibrato per esigenze redazionali in questa occasione, suggeriamo l’acquisto del fascicolo n. 1 della rivista. QUI

Oggi vi proponiamo la prima tappa. 

Piccoli passi per accedere alla sacra Scrittura: il servizio della teologia biblica

Conoscere la Scrittura dovrebbe essere il modo ordinario del cristiano per conoscere il volto del Signore, per imparare qualcosa della (e dalla) sua persona; così, infatti, e in maniera chiara si esprime la Dei Verbum al n. 21:

“La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra Tradizione, ha sempre considerato e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede; esse, infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo. È necessario, dunque, che la predicazione ecclesiastica, come la stessa religione cristiana, sia nutrita e regolata dalla sacra Scrittura. Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla sacra Scrittura ciò che è stato detto: «viva ed efficace è la parola di Dio» (Eb 4,12), «che ha il potere di edificare e dare l’eredità con tutti i santificati» (At 20,32; cf. 1 Ts 2,13)”.

Alcune positive esperienze nel campo della pastorale famigliare possono inoltre testimoniare che sia proprio l’ambito della famiglia (Ef 5,31-32) – con le sue relazioni di affetto, accoglienza, accompagnamento, comprensione, perdono – a poter rendere conoscibile e apprezzabile in maniera luminosa quello Spirito d’amore che solo può cambiare il mondo in cui viviamo e renderlo sempre più trasparente alla realizzazione del Regno, quel Regno che è già in mezzo a noi, che dovremmo vivere da risorti in Cristo.

A cosa serve la Teologia Biblica?

Incontrando e ascoltando chi sente l’esigenza di un percorso di riflessione spirituale, teologica e metodologica che sia in grado di evitare il rischio di smarrirsi nel fare urgente e caotico che sempre tenta di fagocitare chi è intensamente impegnato in molteplici attività o servizi e si occupa di problematiche difficili e importanti, ritengo che al soddisfacimento di questo desiderio di approfondimento e maturazione può e deve riuscire a dare il suo contributo anche la teologia biblica.

Sui tratti fondamentali della riflessione relativa alle categorie di accoglienza e abbandono, inserite nella concreta vita umana ed esperienza cristiana, il contributo che la teologia biblica può apportare potrebbe prender le mosse dal chiedersi come la riflessione sulla Parola riesca a rintracciare nella Scrittura quelle linee di fondo che danno al cristiano il senso di ciò che vive e tracciano per lui un percorso che porta alla realizzazione di ciò che Dio al principio riconobbe come “cosa buona” in questa creatura così capace – siamo creati a sua immagine, dopo tutto! –  ma anche caparbia che noi siamo (Gn 1,27-31).

Con la consapevolezza che non sarà cosa facile compiere questo cammino, dati da un lato la complessità dei problemi che si ritrova quotidianamente ad affrontare chi vive le esperienze di adozione e di affido e, dall’altro, il panorama variegato (e per certi tratti incerto) che una disciplina come la teologia biblica ancora presenta, tentiamo comunque di realizzare, scrutando le Scritture, una parte del compito che la teologia qui si prefigge, secondo ciò che Alberto Cozzi (cfr A. Cozzi, L’esperienza adottiva, nuovo “luogo” per la teologia, in “Lemà sabactàni?” n. 1/2008, 53-72) così afferma:

La sfida che vogliamo raccogliere è quella di ascoltare la rivelazione in Gesù della verità di Dio e dell’uomo a partire da un luogo non meno strategico dell’esperienza umana che è quello dei bambini abbandonati-accolti. La pertinenza di un simile «luogo» è raccomandata dalla stessa testimonianza evangelica, laddove raccoglie i detti di Gesù sull’accoglienza dei bambini e sul «diventare come» loro”.

A dir la verità ciò che sembra un ostacolo al nostro percorso – la varietà dei metodi e degli approcci nella riflessione sulla Bibbia – può (e deve!) diventare una ricchezza nel momento in cui si riesca ad articolare correttamente, dal punto di vista epistemologico, un pensiero teologico che abbia come spunto di partenza, come esigenza che interroga il percorso speculativo, la realtà di cui le famiglie adottive e affidatarie, anche riunite in associazione o comunità, si occupano, e quelle esperienze umane di cui intendono approfondire il senso.

Allora ci si può fidare di un approccio tematico che pur essendo parziale e criticabile può avere comunque come esito il raggiungimento di qualche punto fermo nella riflessione; approccio che ha una sua dignità e un suo valore, e forse una sua necessità, così come riconosce il documento della Pontificia Commissione Biblica L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (cfr. il primo capitolo, dal paragrafo D in avanti):

“[…] Ora, la Bibbia non si presenta come una collezione di testi privi di qualsiasi relazione tra loro, ma come un insieme di testimonianze di una stessa grande Tradizione. Per corrispondere pienamente all’oggetto del suo studio, l’esegesi biblica deve tener conto di questo fatto. Tale è la prospettiva adottata da vari approcci che si sono sviluppati recentemente […] L’interpretazione di un testo è sempre dipendente dalla mentalità e dalle preoccupazioni dei suoi lettori. Questi accordano un’attenzione privilegiata ad alcuni aspetti e, senza nemmeno rendersene conto, ne trascurano altri. È perciò inevitabile che vari esegeti adottino, nei loro lavori, punti di vista nuovi corrispondenti a certe correnti di pensiero contemporanee che non hanno avuto, finora, un posto sufficiente. È opportuno che lo facciano con discernimento critico”; cf. anche il capitolo IV, paragrafo A, per quanto riguarda il tema dell’attualizzazione: “L’attualizzazione è possibile, perché il testo biblico, per la su pienezza di significato, ha valore per tutte le epoche e tutte le culture (cf. Is 40, 8; 66, 18-21; Mt 28, 19-20). Il messaggio biblico può al tempo stesso relativizzare e fecondare i sistemi di valori e le norme di comportamento di ogni generazione. L’attualizzazione è necessaria, perché, anche se il loro messaggio ha valore duraturo, i testi della Bibbia sono stati redatti in funzione di circostanze passate e in un linguaggio condizionato da epoche diverse. Per manifestare la portata che hanno per gli uomini e le donne di oggi, è necessario applicare il loro messaggio alle circostanze presenti ed esprimerlo in un linguaggio adattato al tempo attuale. Ciò presuppone uno sforzo ermeneutico che miri a discernere attraverso il condizionamento storico i punti essenziali del messaggio. L’attualizzazione deve costantemente tener conto dei complessi rapporti che esistono, nella Bibbia cristiana, tra il Nuovo Testamento e l’Antico, per il fatto che il Nuovo si presenta al tempo stesso come compimento e superamento dell’Antico. L’attualizzazione si effettua in conformità con l’unità dinamica così costituita. L’attualizzazione si realizza grazie al dinamismo della tradizione vivente della comunità di fede”.

Così nel percorso che compiremo insieme, cercheremo di comprendere cosa la Bibbia ci rivela sulle realtà umane dell’accoglienza e dell’abbandono, tenendo sullo sfondo e usando come “lenti interpretative” ciò che costituisce il motivo dell’accoglienza e lasciandoci provocare dalla realtà esistenziale, dai volti, di quei bimbi che hanno diritto ad avere una famiglia e ne sono stati in qualche modo privati. E proprio per il fatto che siamo a contatto di realtà così umane, la Scrittura che ci annuncia ciò che è necessario alla salvezza dell’uomo non può che aiutarci a leggerne le profondità e viverne la verità.

Affronteremo di volta in volta lo studio di alcuni passi delle Scritture che possono essere significativi; passi che non dicono certo il tutto di un’esperienza che di per sé è inesauribile nei suoi tratti e nei suoi contenuti, come ogni esperienza realmente umana, ma che ne possono dire alcune linee veritative, e indicare in esse un cammino di fedeltà a quella Via che è Cristo stesso, unica prospettiva in cui realmente si compie ciò che nel corso dei secoli l’uomo ha sperimentato come necessario alla propria vita. Accosteremo dunque esegeticamente alcuni racconti vetero e neotestamentari, cercando di ritrovare in essi spunti di riflessione, suggerimenti, richiami, luci che possano essere composti per quanto possibile (a noi che ascoltiamo ma non comprendiamo, abbiamo occhi ma non vediamo (cfr. Ger 5,21; Ez 12,2; Mc 8,18) in uno schema di pensiero coerente e significativo.

 

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