Purtroppo, la nostra felicità, che era grande nonostante le prime fatiche, è durata pochi mesi; è svanita con la morte di Enrica. Matteo ha perso la mamma per la seconda volta

Enrica e io ci siamo conosciuti durante una vacanza in montagna con amici. Lì nasce il nostro cammino, che ci ha portato a decidere di formare una famiglia. Si pensava già ad un figlio o – perché no? – anche più di uno. Trascorsi quattro anni dal matrimonio Enrica è costretta a subire un intervento che purtroppo pregiudica la possibilità di sostenere una gravidanza. Per Enrica è stata una prova davvero dura. È in quel momento che in me ho trovato la capacità di reagire ed una forza nuova quasi inaspettata.
Il cammino verso l’adozione
Rincuorando Enrica ho l’ispirazione di parlare di adozione. Dopo qualche mese di dialogo e confronto anche con le rispettive famiglie, in particolare con le nostre mamme, vinciamo le ultime titubanze e decidiamo di incontrare Ai.Bi. Amici dei Bambini.
Il cammino verso l’adozione inizia con le pratiche in Tribunale e gli incontri con l’assistente sociale che, a parte le lunghe attese, si risolvono senza problemi. Anche l’attesa dell’abbinamento da parte di Ai.Bi. ha richiesto parecchio tempo o forse era la nostra impazienza come coppia e il pensiero del tempo perduto in precedenza a farci desiderare che tutto avvenisse più in fretta.
Prima l’illusione svanita in breve tempo di un pre-abbinamento con un bimbo brasiliano; poi finalmente siamo chiamati per il nostro bimbo. Inizia così con entusiasmo il nostro cammino con Matteo, un bambino marocchino di 4 anni. Ci è subito sembrato che fosse dell’età giusta per noi due “vecchietti”.
Il nostro cammino con Matteo
Ricordo il giorno del nostro primo incontro: ci hanno scaricato davanti all’Istituto di Rabat e senza quasi avere il tempo di realizzare dove fossimo ci siamo trovati di fronte il bimbo.
Inizialmente Matteo si è avvicinato in maniera apparentemente indifferente dicendoci «baba», qualcosa che assomigliava ad “abba” che in aramaico significa “padre”. Sarà stata forse una coincidenza, ma è stato importante sentirmi subito chiamare papà.
Il momento più bello è stato però il ritorno in Italia. La gioia di ritornare a casa con nostro figlio e Matteo che correva lungo tutto l’aereo quasi vuoto fino alla cabina del pilota.
È proprio vero quello che si dice ai corsi di Ai.Bi.: «Quando scendiamo dall’aereo con in braccio i nostri figli “colorati” è come portare una bandiera ed è lì che inizia l’avventura».
Subito la nostra avventura appena iniziata ci ha riservato la prima prova da genitori, scoprire che il nostro bambino aveva problemi di salute. Ricordo come abbiamo vissuto con apprensione la febbre che Matteo ha avuto, dovuta ad un’infezione renale. Il problema era serio al punto che dopo parecchi mesi ha dovuto subire l’asportazione di un rene.
Un periodo davvero difficile
Purtroppo, la nostra felicità, che era grande nonostante le prime fatiche, è durata pochi mesi; è svanita con la morte di Enrica. Matteo ha perso la mamma per la seconda volta.
Per me e Matteo è iniziato in quel momento un periodo davvero difficile. Per due anni abbiamo vissuto sotto osservazione, tra colloqui e visite a domicilio delle assistenti sociali. Dovevano stabilire se fossi in grado di crescere Matteo da solo.
Il giorno in cui mi hanno comunicato che avrei potuto continuare liberamente a crescere mio figlio è stato un bel giorno, ho capito quanto era bello essere chiamato «babbo» e ho iniziato a pensare che Matteo forse addirittura mi assomigliava un po’.
Il compito educativo che mi sono assunto non è facile. La fatica più grande è stata quella di far coincidere il tempo di Matteo con il mio. Lavorando, durante il giorno ho dovuto fare affidamento su altre persone che mi hanno aiutato a gestire Matteo, ma non sempre si sono rivelate figure positive nella sua crescita.
Un problema che ho vissuto e ancora vivo è il suo inserimento nella società. Per Matteo è sempre stato difficile esprimersi ed aprirsi con le persone che lo circondano. A scuola è sempre stato poco capito e non accolto per quello che è. Per fortuna è riuscito a costruire dei buoni rapporti all’interno della Parrocchia e all’Oratorio con catechisti e sacerdoti. Ora è arrivata anche l’adolescenza e la stiamo affrontando insieme in tutti i suoi aspetti.
La mia esperienza di padre e la fede in Cristo
Per quanto riguarda la mia esperienza di padre, io mi sento di consigliare l’esperienza dell’adozione a tutte le famiglie. È un’esperienza che mi ha colmato di gioia nonostante le sofferenze che ho vissuto per la mancanza di Enrica.
Ho sofferto spesso per l’indifferenza dei colleghi e di altre persone del paese verso la mia situazione, ma allo stesso tempo ho instaurato dei bellissimi rapporti di stima con coppie di altri paesi vicine ad Ai.Bi.
Nella mia storia è stata davvero importante la mia fede in Cristo; penso che quando tutto va bene in un’adozione, altri si prendano tutto il merito mentre quando ci sono i problemi vieni lasciato solo, ed ecco che solo la fede in Cristo ti permette di non sentirti abbandonato. È consolante sentire da San Paolo che noi tutti abbiamo ricevuto «uno spirito da figli adottivi» (Romani 8,15).
L’esperienza dell’adozione mi ha cambiato molto sia nel carattere sia nella fede.
Ho riflettuto molto sulla domanda: «Di chi è figlio un figlio?»; io credo che sia l’Amore che ci rende figli e penso subito alla Trinità, a tre persone che diventano una nell’unità dell’Amore. Non possiamo pensare il Padre senza il Figlio, proprio perché esiste lo Spirito Santo che è Amore.
Per quanto riguarda i sentimenti di Matteo verso l’adozione, da lui non è mai venuta l’esigenza di parlare dei suoi genitori naturali, ma se mai verrà a chiedermi spiegazioni penso che ne parleremo con naturalezza.
Mi ha chiesto più volte perché se n’è andata la mamma Enrica e mi dispiace di essere stato a volte vago nelle risposte.
Questa testimonianza è stata un’occasione per fare qualche domanda a Matteo e mi ha molto sorpreso la semplicità delle sue risposte.
Ricorda il senso di smarrimento e di paura di quando era in Istituto, in Marocco, dove lo tenevano legato nel letto e lo costringevano a mangiare e a bere quando volevano altrimenti era la fame.
Sente la mancanza ora di una mamma che l’avrebbe potuto coccolare e far sentire sicuro. Dice che per fortuna ha trovato un babbo premuroso e una nonna presente che non gli hanno permesso di sentirsi tanto solo.
Con il passare degli anni crescendo si è avvicinato a Dio e alla Chiesa, in particolare è molto coinvolto dal parroco, e questo gli ha ulteriormente restituito un po’ di fiducia e voglia di crescere insieme agli altri.
Pensieri e riflessioni di Alberto (con Enrica)
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