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Poi, d’improvviso, dall’incontro con un sacerdote, cominciammo a pensare all’adozione

Giulia e Marco si sono conosciuti ai tempi dell’Università; si sono innamorati e hanno deciso di costruire una famiglia che, oggi, conta tre figli adottati. Questa è la loro storia d’amore, di fede e di accoglienza

Ho incontrato Marco per la prima volta presso la Facoltà di medicina dell’Università di Napoli. Da quel giorno è iniziata la nostra storia d’amore.
Sin dai tempi del nostro fidanzamento, abbiamo condiviso il sogno di una famiglia numerosa. Subito dopo la laurea ci siamo sposati, nonostante non avessimo ancora un lavoro “sicuro” e, dopo due anni d’attesa dell’arrivo di un figlio, abbiamo deciso di fare qualche indagine: essendo entrambi medici riponevamo grande fiducia nella scienza e nella sua capacità di risolvere ogni problema. La prima a sottoporsi agli esami sono stata io: non essendo emerse anomalie tali da impedire una gravidanza, le indagini si focalizzarono su Marco, cui venne riscontrata una ipofertilità. Sembrò che il problema potesse essere causato da un varicocele, per il quale Marco si sottopose a un intervento chirurgico che, però, non cambiò la situazione: i figli continuarono a non arrivare. I nostri rapporti intimi diventarono programmati allo scopo di trovare il periodo di maggior fertilità e, quindi, persero di spontaneità e diventarono freddi e stressanti. Così decidemmo di rivolgerci a un ginecologo che si occupava di sterilità. La sua tecnica, quasi sperimentale, doveva servire ad aumentare la motilità degli spermatozoi. Questi tentativi di inseminazione intrauterina furono per me molto dolorosi. Tutto ciò continuò per diversi mesi nella speranza di poter avere quel figlio che, all’epoca, volevo fosse davvero “mio”, somigliasse a me e a mio marito.

Fallita questa strada, ci rivolgemmo a un centro per la fecondazione assistita. Provammo con la GIFT (fecondazione omologa intrauterina), ma senza successo. Decidemmo, allora, di non riprovare, perché, in quel luogo, l’incontro con altre coppie sterili che continuavano inutilmente ad insistere ci fece capire che era arrivato per noi il momento di fermarci.
Quella sperimentazione sui nostri corpi andava oltre la reale possibilità di avere “a tutti i costi” un figlio biologico.
Quelli che seguirono a questa decisione (presa di comune accordo, come ogni altra, a conferma del fatto che il nostro rapporto non fu mai messo in discussione, anzi, la sofferenza ci unì ancora di più), furono mesi difficili, dolorosi: ci fu rabbia, delusione, sconforto. Ci sentimmo abbandonati da Dio, traditi da Dio, privi di speranza.
Poi, quasi d’improvviso, dall’incontro con un sacerdote che ci propose di diventare genitori mediante l’accoglienza di un figlio abbandonato, cominciammo a pensare all’adozione.
Marco fu il primo a dire di “sì” (forse la sua maggior apertura all’accoglienza deriva dall’avere vissuta in una famiglia allargata); io, invece, incontrai ancora tanti dubbi da risolvere. Per riuscirci, iniziai a raccogliere informazioni, a frequentare famiglie adottive, ponendomi tanti interrogativi, soprattutto riguardo il colore della pelle, l’età, i problemi di salute che avrebbe potuto avere mio figlio. Nel mio immaginario c’era ancora un neonato che somigliasse a noi.

Questi interrogativi li ho superati partecipando a un incontro formativo proposto dall’associazione Ai.Bi. Amici dei Bambini: l’incontro con famiglie adottive e la presenza di figli provenienti da diversi Paesi e di età diverse, ci fece capire che l’adozione non era il desiderio di avere un figlio, ma la disponibilità ad aprire la nostra famiglia all’accoglienza di un bambino abbandonato, indipendentemente dall’età, dal paese di provenienza.
Il 28 agosto 1991 incontrammo finalmente i nostri tre desiderati e amati figli: li abbiamo amati da sempre. Oggi siamo una famiglia felice e ringraziamo Dio per l’amore che i nostri figli ci donano ogni giorno.


Due lettere da condividere

In prossimità di un Natale abbiamo ricevuto dai nostri tre figli questa lettera:

”Sono le 19.40, fra un po’ è ora di cena, ela letterina di Natale dovrebbe già essere sotto il piatto. Ci siamo rinchiusi in camera tutti e tre, le idee sono troppe, le parole poche: come si possono chiudere 13 anni in un foglio bianco? Un grazie non è sufficiente, un sorriso troppo poco, un bacio tanto meno. E visto che la parole scritte, così come le foto, rimangono, approfittiamo di questo foglio ormai non più bianco e di questo inchiostro. Oggi è stato bello guardare le foto e ricordare quanto siamo fortunati noi, noi famiglia.
Grazie per averci voluto nella Vostra vita, per averci dato la vita. Una vita che ci era stata tolta ingiustamente. Grazie per averci abbracciati, baciati, grazie per aver raccolto e asciugato le nostre lacrime, grazie per il bacio della buona notte, grazie per averci trasmesso i vostri insegnamenti, i vostri pensieri, grazie per averci fatto sentire vivi, amati, grazie per averci dato importanza, grazie per il vostro amore ma soprattutto grazie per averci chiamati figli.
Siamo i Vostri figli. Federica, Monica e Giacomo”.

Questo, invece, è un estratto da una lettera di Monica destinata a noi, suoi genitori:

La mia non vuole essere, forse perché non può, una storia, ma uno sfogo spietatamente gioioso e lagnoso allo stesso tempo. Ho sempre sentito raccontare la mia storia, ma non l’ho mai raccontata.
Ma quando il dolore di non fare una cosa è più forte del timore di farla, allora evidentemente è ora di sconfiggere la paura, il senso di inadeguatezza, il non fidarmi, non tanto degli altri quanto di me stessa. Perché lui; “l’abbandono”, o anche solo il suo ricordo, non può vincere ancora una volta; non può essere sempre la mia fedele ombra o magari il mio segugio.
Fin troppo mi ha condizionata: nei miei silenzi, nei miei sorrisi appena accennati, nei miei dubbi, nei miei modi di fare sfacciatamente timidi, nei miei blocchi, nelle mie piccole-grandi manie, nel mio essere petulante, nel mio continuo bisogno di conferme.
Continuo a sfidare chiunque, chiunque mi sia vicino.
Guardando gli occhi di quella bambina di soli 4 anni (si riferisce a se stessa nelle immagini del filmino girato a San Paolo nel nostro primo incontro n.d.r.), vedo un profondo senso di angoscia, ansia, smarrimento e allora mi domando “Cosa ci fanno quei sentimenti così sfacciatamente adulti in quell’esserino così stupendamente ingenuo. Poi mi ricordo, sono io. Allora mi domando “PERCHE???”. Il mio passato è buio totale; ricordo solo 3 momenti; il terrore, probabilmente ingigantito dalla mia tenera età, di quell’ipotetico “zio” che entrava nel cuore della notte nella nostra stanza, mia e di mia sorella, incurante di noi per coricarsi nel suo letto; un armadio sgangherato, ricordo la forza con cui mi aggrappavo a mia sorella (come faccio ancora oggi), stringevo i denti e speravo. Cosa?
Ora lo so: voi.
Ricordo quell’ansia gioiosa dell’attesa; ero in un cosiddetto “gabinetto”, esterno all’orfanotrofio, ricordo quel bussare così frenetico e allarmante di un bambino o una bambina, non so, non ricordo bene, ma ricordo cosa ci fu dopo quel gran baccano: l’annuncio! Avrei avuto dei genitori, sarei stata amata. Ero incredula, stupefatta; sarebbe successo anche a me! Ecco perché amo tanto l’attesa della domenica durante il sabato.
Poi ricordo il mio “secondo abbandono”. Ero sola, tu, babbo, mi avevi lasciato. Tante le domande, i dubbi: “Perché? Dove sei? Cosa ho fatto? Cosa ho sbagliato ancora? Ma, soprattutto:“PERCHÉ ANCORA UNA VOLTA?”.
Poi ricordo un crescere di angoscia, paura, ansia, RABBIA e lo scoppio in lacrime. Rcordo il volermi far male, il continuo sbattere la testa sull’ascensore. Il VOLERMI PUNIRE A TUTTI I COSTI.
Poi tu, babbo, non so come sei tornato. Ed ecco allora la gioia, la liberazione, la fiducia, la mia seconda possibilità, il mio secondo tentativo, il mio rimettermi in gioco, LA MIA SECONDA NASCITA.
Se ora mi racconto è perché ogni bambino che si trova in orfanotrofio merita come me, per il solo fatto di essere nato, non una, ma la risposta al suo perché, l’accoglienza alle sue speranze, la consolazione alle sue angosce, LA SUA SECONDA NASCITA.
IO L’HO AVUTA, GRAZIE A VOI.
Monica

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