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Storie di accoglienza: “In una coppia che si ama c’è già iscritto il profondo desiderio del figlio”

“Durante il nostro cammino abbiamo maturato l’idea che ogni bambino abbia diritto ad avere una mamma ed un papà, indipendentemente dal bambino costruito dentro i nostri sogni..”

“In una coppia che si ama c’è già iscritto il profondo desiderio del figlio”

Con questa frase crediamo di poter sintetizzare il nostro vissuto nella prima fase dell’innamoramento, quando da giovani ragazzi impegnati nel servizio verso bambini e adolescenti nella nostra parrocchia, ci sembrava di riconoscere in ognuno di loro i tratti fisici e caratteriali che avrebbero avuto i nostri figli.

Ma allora era un sogno anche l’allargamento della nostra famiglia all’accoglienza di “qualcuno venuto da lontano” che forse, se avessimo potuto procreare, non avremmo mai incontrato. Chissà! Sarebbe rimasto solo un bellissimo sogno.

Certo, il passaggio attraverso la dolorosa scoperta della nostra sterilità non ha sicuramente rappresentato per noi un periodo sereno. L’incredulità è stato il sentimento dominante: nel senso che così giovani e pieni di tanti “sogni” non avremmo potuto immaginare la negazione di un qualcosa che senti essere parte di te, di noi “nuova famiglia”.

Il nostro grande sogno: l’accoglienza

 L’accoglienza faceva comunque parte di un “grande sogno” e quindi non è stato difficile per noi in pochissimo tempo aprire il nostro cuore ad un modo diverso di “generare” nostro figlio. È indubbio che la sterilità vissuta nel momento della scoperta è paragonabile ad un “lutto”: quasi che l’amore non si possa concretizzare in qualcosa di visibile, di nostro … “il dono del nostro amore non poteva nascere”. L’elaborazione di tutto questo c’è stata, confinata spesso nel silenzio di una coppia “svuotata” che pregando il Signore chiede: Perché?

Tuttavia, la speranza ha prevalso sui momenti più difficili e la voglia di accogliere ci ha aperto porte verso un modo nuovo di essere famiglia.

I figli sono un dono

Non è stato semplice, in questo momento iniziale, distinguere se il desiderio di avere un figlio appagasse il bisogno d’amore che era racchiuso nella nostra famiglia o se ci fosse già la piena consapevolezza del diritto estremo di un bambino ad avere una famiglia. Possiamo però affermare con certezza che fin da allora era per noi chiaro il fatto che i figli fossero un dono che non ci apparteneva e che attraverso l’adozione avremmo accolto un bambino.

Durante il nostro cammino abbiamo maturato l’idea che ogni bambino abbia diritto ad avere una mamma ed un papà, indipendentemente dal bambino costruito dentro i nostri sogni. Carichi di entusiasmo abbiamo affrontato questa nuova strada.

Erano passati tre anni e mezzo dal nostro matrimonio. Avevamo rispettivamente 31 e 26 anni. I colloqui, con la psicologa e l’assistente sociale della nostra USL, avvennero in modo sereno: noi abbiamo avuto la fortuna di crescere in un ambiente familiare aperto ed accogliente e la nostra maturazione giovanile (e di fede) era stata caratterizzata da una forte dedizione al servizio. Tuttavia, un aspetto negativo del percorso con i servizi, riguardò la marginalità con la quale fu affrontata o meglio prospettata l’adozione internazionale. Più volte, infatti, venne sottolineato il fatto che essendo giovani avremmo avuto buone probabilità di adottare un bambino molto piccolo attraverso l’adozione nazionale. Avrebbe giocato a nostro favore il tempo d’attesa.

Fu così che si idealizzò nei nostri pensieri il bambino piccolo.

Adozione Internazionale: il “diritto di ogni bambino ad avere una propria famiglia

 Nel frattempo, la nostra curiosità ci spinse alla ricerca di un ente autorizzato (allora non era obbligatorio) con il quale avremmo potuto concretizzare il nostro sogno. Avevamo, infatti, presentato sia la domanda per l’adozione nazione sia per quella internazionale. I canali e le associazioni che accompagnavano le famiglie nell’adozione internazionale erano vari e di diversi tipi, ci rivolgemmo ad alcune di loro richiedendo informazioni, che trovammo il più delle volte poco chiare o poco trasparenti. Fummo particolarmente colpiti da un intervento fatto in televisione dal Presidente di Ai.Bi. Amici dei Bambini, il quale parlava dei diritti dei bambini e sosteneva con forza il “diritto di ogni bambino ad avere una propria famiglia”. Ai.Bi. Amici dei Bambini era guarda caso uno dei tredici enti autorizzati dal governo italiano a realizzare l’adozione internazionale. Fu così che a febbraio 1994 partecipammo a Milano al week-end di formazione che Amici dei Bambini organizzava per la preparazione degli aspiranti genitori adottivi.

Non siamo esagerati quando diciamo che, dopo il corso, non abbiamo dormito per una settimana. La realtà del bambino solo, abbandonato, dimenticato era sconvolgente: ci accusammo di essere stati banali, di aver sottovalutato tutto, si esserci illusi idealizzando un bambino come fosse generato da noi. Quella domenica tornando da Milano il viaggio si fece silenzioso, finalmente qualcuno ci aveva detto che il bambino non doveva corrispondere alle nostre aspettative, ma lui in quanto bambino aveva bisogno di un papà e di una mamma: indipendentemente dalla sua età, dal colore della sua pelle, dal suo vissuto … Nel profondo del nostro cuore sapevamo che era vero, com’era vera ed inquietante la domanda rivoltaci alla fine del corso: “sentite la loro voce?”. In quel preciso istante era stata misurata la nostra capacità di accogliere: fino a che punto? Fino a due, tre anni … Di quale colore? Non tanto scuro, abitando in periferia … potrebbe essere più difficile (per lui).

“… Ma quando lo prendi in braccio è veramente tuo figlio”

Proprio al corso una giovane mamma adottiva (da poco) disse: “… ma quando lo prendi in braccio è veramente tuo figlio”. Fu troppo forte l’emozione: fino ad allora tutti avevano parlato di un bambino, ora qualcuno ci parlava di un figlio! Già, presi da mille cose, nessuno di noi due aveva pronunciato questa parola, entrambi dicevamo: “adotteremo un bambino” piuttosto che “avremo un figlio”. Ma proprio di questo si trattava, ci stavamo preparando all’incontro con nostro figlio: che diritto avevamo noi di sceglierlo?

Decidemmo di proseguire il cammino con Ai.Bi. Amici dei Bambini e l’abbinamento avvenne dopo circa un anno. Le nostre figlie vivevano in Ecuador a Riobamba in un istituto di circa 50 bambini a tre ore dalla capitale. Beatrice e Simona erano due splendide bambine di 4 e 3 anni. Partimmo per l’incontro nel marzo del 1995: loro sono state per noi la più bella risposta alla nostra speranza e noi per loro la doverosa risposta al diritto di essere figlie. Dopo 37 giorni trascorsi in Ecuador tornammo in Italia: lì inizio il nostro cammino di nuova famiglia.

Noi siamo figli di Dio incondizionatamente, siamo suoi figli adottivi

 Più volte ci siamo chiesti guardando nostre figlie con immensa tenerezza cosa ci legasse a loro che si erano affidate totalmente a noi. Sicuramente il bisogno estremo di mettersi in relazione, la ricerca di una carezza mai ricevuta, la consolazione nei momenti di pianto, avevano contribuito a far nascere un grande amore, ma riteniamo che tutto questo sia avvolto da un grande mistero: noi siamo figli di Dio incondizionatamente, siamo suoi figli adottivi; in quanto tali ci sentiamo amati, mai abbandonati e capaci di relazionarci con Lui per condividere gioie e sofferenze.

Questo sentirsi figli è un grande mistero d’amore che si trasferisce nel nostro essere quotidiano padre e madre di figli che non ci assomigliano fisicamente, ma che sono figli perché voluti, accolti e amati. La profondità di questi sentimenti è diventata una ricchezza tale per cui il rapporto che si instaura con loro è così naturale da immaginarli, anzi a ricordarli “nostri” da sempre.

L’esperienza adottiva ci ha permesso di cogliere nel concreto come quello che appariva la negazione dell’amore (sterilità) si sia trasformato in un grande dono di vita. Come genitori ci siamo “spogliati” di tutte le aspettative che generalmente un genitore ha sui propri figli e le abbiamo sostenute nella loro fragilità, specialmente verso il mondo esterno. Proprio il mondo esterno alla famiglia ed alla famiglia allargata rappresenta a nostro parere la maggior difficoltà incontrata. I bambini, i ragazzi venuti da lontano dovrebbero essere “figli” accolti e amati da tutta la nostra società. Siamo infatti tutti solidalmente responsabili della loro “croce” e della loro rinascita (resurrezione). Spesso invece sono considerati gli elementi scomodi della scuola, delle associazioni laiche o religiose. La grande ricchezza di questi nostri figli viene sciupata, emergono i lati più duri o troppo deboli del loro carattere: diventano i “casi”.

Ma allora la società solidale aperta all’accoglienza, dov’è?

I nostri figli sono il frutto di un grande amore, del nostro amore: pensati e amati ancor prima di conoscere la loro storia. A volte guardandoli cogliamo il “mistero” di questo amore: eppure noi non eravamo presenti quando sono stati abbandonati, quando soffrivano in istituto, quando piangevano … Ma oggi la loro sofferenza è diventata nostra, il pianto inconsolato di piccoli è dentro di noi, solo così possiamo contemplarli cercando di interpretare il loro vissuto, che comunque resterà per sempre un grande vuoto.

Un bambino che non conosci, ma che era già dentro di te, diventa tuo figlio

Pensando al loro abbandono, ci pare di cogliere atteggiamenti e stati d’animo diversi. Per Beatrice l’abbandono deve aver rappresentato un momento di forte smarrimento che le ha provocato un grande senso di insicurezza. Simona, invece, ci pare abbia vissuto questa drammatica esperienza, seppur da molto piccola, come una grande ed inspiegabile perdita. La domanda che spesso ci rivolge è: “come può una mamma abbandonare suo figlio?”. Ed infine Ivan, l’ultimo arrivato in famiglia, che ricorda con estrema lucidità tutti i “tradimenti” (abbandoni) subiti fin dai primissimi anni di vita. Anche lui esprime questo grande senso di tradimento con una raggelante domanda: “non mi volevano, perché?”.

Andando a ritroso nel tempo, riviviamo l’esperienza che ha cambiato le nostre vite e quelle dei nostri figli, nel momento dell’incontro, avvenuto in due tempi diversi e in due Paesi molto lontani tra loro (Ecuador e Moldavia), ma ugualmente intenso e carico di profonda emozione e commozione. In quel preciso istante un bambino che non conosci, ma che era già dentro di te, diventa tuo figlio.

Riportiamo così l’ultima esperienza perché vissuta non solo come genitori, ma come famiglia: padre, madre e sorelle. Ivan aveva 6 anni, viveva in Moldavia e si trovava in affido presso una famiglia, dopo aver trascorso i primi anni della sua vita in “Internat” (istituto).

Quello con Ivan, non è stato un incontro facile, soprattutto per lui, poco preparato alla nuova realtà che lo aspettava e molto affezionato alla famiglia affidataria. Anche per noi l’incontro non è stato semplice, comunque carico di grande speranza: un nuovo figlio entrava in casa nostra e come tale sarebbe stato accolto. C’era perciò bisogno di fare “spazio” nel nostro cuore, c’era bisogno di pregare, affidarsi a Dio Padre.

Simona e Beatrice in questo sono state due maestre perfette:

capaci di mediare, aspettare pazientemente nei momenti più difficili, in grado di capire chi in quel momento, vivendo la loro stessa esperienza, dimostrava tutta la sua sofferenza di bambino tradito. Mai come in Moldavia abbiamo avvertito l’importanza di essere famiglia unita, che si costruisce giorno per giorno. La sua diffidenza, le sue paure, come i momenti di crisi si sono diradati fino alla scoperta di essere finalmente, non solo un bambino, ma un figlio … nostro figlio e fratello di due ragazzine con la pelle più scura e “così diverse da lui”.

Qualche tempo fa, camminando lungo un sentiero di alta montagna, li osservavamo camminare tutti e tre in fila davanti a noi. Procedevano con passo lento, la salita era faticosa, ma in quella fatica fatta insieme ci sentivamo uniti: è questa l’immagine più bella del nostro vivere la quotidianità, dove i momenti più intensi sono quelli in cui ci si sente amati come figli e come genitori. Essere desiderati ed accettati come persone, uniche ed irripetibili, arricchisce giorno dopo giorno la nostra esperienza di vita. L’accettazione di sé, del proprio vissuto e del sentirsi parte di una famiglia nata in modo diverso ha portato i nostri figli a porsi delle domande su se stessi, a volte non espresse, fin dal loro arrivo. Necessariamente hanno dovuto fare i conti con la realtà dei “genitori scomparsi”.

Il modo di porsi di fronte a tutto questo è stato ed è chiaramente influenzato dalle loro componenti caratteriali, ma riteniamo come genitori adottivi di non poter dare giudizi su eventi dolorosi (abbandono) che pur li hanno segnati, e tanto meno esprimere una nostra posizione di condanna. Il loro bisogno estremo d’amore e di sicurezza ci ha interpellato come genitori che possono solo inginocchiarsi davanti al Padre: che non abbandona mai i suoi figli ed ha permesso loro di ricevere comunque il grande dono della vita. Questa è l’unica risposta che sentiamo di poter dar loro.

Pensieri e riflessioni di Beatrice, Simona, Ivan, Teresa e Alfredo (Storie vere di adozione, 98-103)

 

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