Si avvicina l’allontanamento. Si slegano i fili che si sono avvinghiati nel corso di un anno, si vede di che materia sono fatti… all’abbandono non ci si può fare il callo, è una tortura che lascia esclusivamente ferite aperte…
Cosa significa entrare come educatore in una comunità di accoglienza? Che cosa significa trovarsi faccia a faccia con l’urlo dell’abbandono? Continuano le riflessioni di un educatore in un diario dei suoi primi mesi di esperienza in una comunità di accoglienza per minori. In questa puntata il tredicesimo ed ultimo mese.
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Mese 13, La fine
Sta finendo il dodicesimo e ultimo mese del mio lavoro come educatore di comunità di adolescenti.
Si avvicina l’allontanamento. Si slegano i fili che si sono avvinghiati nel corso di un anno, si vede di che materia sono fatti. Ci sono lacci comodissimi da slacciare come quelli di un paio di sneakers, altri fatti di quel fil di ferro, bastardissimo quando si impiglia con altri suoi pari. Mica facile.
Io lo so, i colleghi pure, loro non ancora.
È strano, è il segreto di Pulcinella a cui i ragazzi da noi accolti, però, non vogliono credere. Eppure, dovrebbero essere abituati più di chiunque altro agli addii. È forse questo il punto, all’abbandono non ci si può fare il callo, è una tortura che lascia esclusivamente ferite aperte. Anzi, per alcuni di questi ragazzi sembra penetrare nella carne più del dovuto, il “dovuto”, con naturale stupidità, è quanto da me preventivato. È chiaro che non soffriranno troppo la mancanza della mia persona ma stanno comunque per assistere ad un altro che prende la porta e se ne va. Ancora.
Finché non lo sanno, ma lo intendono, il mondo gira alla rovescia. Sono io che trovo conforto, probabilmente per la prima volta, ad entrare in turno in comunità. Un luogo protetto, non soffocante, dove ci si conosce. Avere dispiacere nel lasciare un lavoro è bello, è il referto dei mesi d’impegno; trovarsi consolato dall’inconsapevolezza di questi ragazzi è la situazione più fragile e dolce mai affrontata.
Sono pochi giorni ma così significativi da diventare una vera e propria fase del mio percorso comunitario.
In questo anno abbondante ho portato in comunità preoccupazione, allegria, ansia, cordoglio, gioia ma mai dolore.
Fortunatamente, gli ultimi tredici mesi per me sono stati pieni di tutto tranne che di quello. L’avvicinarsi alla conclusione della mia esperienza in comunità, però, un po’ ne ha provocato. Portare dolore in un luogo di dolore non sembra buona cosa, eppure questo è stato riconosciuto e accompagnato gentilmente dai ragazzi. Un’emozione che comprendono senza fatica alcuna, un vecchio amico, soprattutto perché ammirata nelle persone per cui hanno provato più amore. Anzi, avrei forse dovuto esprimerlo più vistosamente, mi dicono loro mentre mi accusano di essere “troppo milanese” (che nel loro immaginario significa avere un carattere poco caloroso).
Poi si comunica ciò che avverrà e lì cambia tutto.
Succede così quando testa e pancia comunicano male o ad intermittenza. Si fa fatica a parlare d’altro: chi provoca, chi ringrazia, chi chiede il motivo del tradimento, chi si allontana e basta, chi si vuole fare un’ultima chiacchera, chi scherza. Non sono riuscito a trovare una mia forma in tutta questa varietà; forse è sufficiente così, un lusso che si può permettere esclusivamente chi sta per terminare. Per poi, come l’acqua, anche poter scivolare via.
Davide Pellini
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